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In Commissione opposti al centralismo non certo ai tagli

da Luciano Pizzetti

Caro Direttore,
evidentemente documentarsi prima di criticare ad alcuni costa una gran fatica. Mi riferisco a qualche commento relativo al parere contrario dato dalla Commissione Bicamerale per le Questioni Regionali al decreto del Governo sul funzionamento degli Enti territoriali. Come relatore ho proposto quel parere che la Commissione ha assunto all’unanimità. Il fatto è stato veicolato mediaticamente così: i Partiti e il Parlamento si oppongono ai tagli dei costi alla politica. Balle! Ovviamente i primi ad esercitarsi in tal senso sono stati i professionisti dell’anticasta, componenti di quella casta che nel nome della libertà di stampa hanno licenza di sparare impunemente nel mucchio. In realtà quel parere è stato un atto di buona politica. Vi si esprime apprezzamento per il taglio dei costi e l’opposizione alla modifica surrettizia della Costituzione. Si dice alle Commissioni di merito: procedete coi tagli condividendoli con le Regioni, ma i principi costituzionali non si cambiano per decreto. Dunque cambiate il decreto nelle parti lesive. Bene che la Corte dei Conti eserciti i controlli su spese e gestioni di Regioni e Comuni. Ma la Corte non può attivare semestralmente, con l’ausilio della Guardia di Finanza, controlli preventivi di legittimità “sugli atti normativi a carattere generale e particolare nonché quelli di programmazione e pianificazione delle Regioni”. Così facendo si cancella un lungo tratto di storia istituzionale repubblicana fondata su Stato, Regioni ed Enti Locali e si torna ad un ben poco virtuoso centralismo statale. Se un Sindaco per revocare un dirigente del Servizio finanziario deve prima acquisire il parere obbligatorio della Ragioneria Generale dello Stato, si uccide il concetto stesso di autonomia. Si passa dalla Repubblica delle Autonomie allo Stato prefettizio. A questa cultura centralista di ritorno ci siamo opposti, non ai tagli. Si taglino le spese, a partire da quelle improprie che danneggiano la democrazia di cittadinanza ma non si smantelli la Costituzione. Piuttosto la si cambi se si ritiene sia ormai inadeguata. Io non lo penso ma almeno si agirebbe in modo trasparente. Lo so, è ormai impopolare fare ragionamenti di senso politico ma sarebbe un drammatico errore rinunciarvi. Per anni il motto della maggioranza degli italiani è stato “federalismo o morte”. Ora sembra essere “morte al federalismo”. Che senso ha? Che coerenza c’è? Quale idea dell’Italia? Fiorito, Zambetti e tutti gli inquinatori della Politica vanno dalla stessa espulsi in modo questo si preventivo. Occorre urgentemente ristabilire un rapporto strettissimo tra etica e politica. Ma Fiorito, Zambetti e i loro sosia non possono essere utilizzati come cavalli di Troia per abbattere in un colpo solo federalismo e regionalismo. Caso mai vanno introdotti celermente costi e fabbisogni standard per rendere virtuose le Autonomie. Ecco le ragioni del parere contrario. Non tecnicismi da legulei ma una lettura politica del riformismo italiano. Non facile in un tempo di populismi imperanti ma democraticamente doverosa quand’anche fosse sola testimonianza. La vera casta di questo non si occupa, non lo considera conveniente. È il concetto stesso di opportunità a sgomentare, lo dico a Gualtiero Nicolini. Perché in riferimento alla Costituzione quel concetto è lesivamente inopportuno e al suo posto andrebbe praticato quello dell’osservanza rigorosa. La medicina per debellare la pessima politica non si chiama populismo ma responsabilità. E se per concorrere a farlo occorre pagare il prezzo dell’impopolarità, io sono pronto a pagarlo. La Politica in cui credo me lo impone per rispetto degli italiani e di me stesso, per rispetto dell’impegno alla responsabilità che spesso mal si concilia con l’opportunità.

Luciano Pizzetti

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