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Stalking lavorativo in Provincia, parola alla difesa del dipendente

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Parola ai testimoni della difesa, nel processo contro Leandro Cavaglieri, 64 anni, dipendente dell’amministrazione provinciale accusato del primo caso di stalking lavorativo. Per la procura, l’imputato, difeso dall’avvocato Fabio Galli, sarebbe l’autore di una serie di sabotaggi nei confronti di un collega di 31 anni, parte civile attraverso l’avvocato Marco Azzali, e di altri due dipendenti.

“Mi è capitato di trovare biglietti infilati sotto la porta”, aveva spiegato in aula una delle vittime, “la serratura ostruita e altre volte una sostanza sparsa lungo il corridoio. Uno dei biglietti è stato messo dopo la morte di un nostro collega che si è suicidato. Consigliava di impiccarsi”. Nessuno dei messaggi indicava il destinatario, ma per il testimone “in quell’ufficio c’era solo una persona” e quei fogli “erano indirizzati senz’altro ad una figura maschile”. “Ricordati che devi morire”, “cane rognoso”, “la guerra continua”, era il contenuto dei biglietti, compreso uno in cui si inneggiava alle Brigate Rosse con scritto “la tua fine è decretata”. Biglietti, secondo due perizie calligrafiche, una interna all’amministrazione provinciale, l’altra della procura, attribuite alla mano dell’imputato.

Alcuni testi della difesa, però, hanno riferito in aula che anche Cavaglieri si era trovato sulla porta del suo ufficio un cartello con scritto “impiccati”, tanto che poi aveva chiamato un collega al quale lo aveva mostrato. “Guardate che avete sbagliato indirizzo”, scriverà sotto Cavaglieri, e il biglietto verrà tolto e stracciato. “I rapporti tra il dipendente e l’amministrazione provinciale erano tesi”, ha ricordato l’avvocato Giuseppe Passi, all’epoca difensore civico, chiamato dall’avvocato della difesa Galli che ha spiegato che Cavaglieri era stato “vittima, nel 1988, di un tentativo di demansionamento per il quale era stato fatto ricorso al Tar sostanzialmente vinto”. Altri colleghi hanno parlato dell’imputato come di una persona collaborativa con la quale non c’erano particolari motivi di litigio. “Qualche discussione, sì, ma come succede normalmente sui luoghi di lavoro”. Nessuno ha poi raccontato di aver mai visto il dipendente soffermarsi davanti ad una porta o incollare nulla. C’era anche la presenza di un usciere che non ha mai riferito movimenti strani da parte dell’imputato. A livello dirigenziale, inoltre, c’è chi ha confermato che il dipendente si era lamentato del fatto di aver trovato le lampadine svitate nel suo ufficio e i fili del telefono tagliati. Sentito anche lo psicologo che ha avuto in cura il giovane che si è costituito parte civile. Il medico ha certificato lo stato d’ansia, ma ha riferito di non essere in possesso di elementi tali da poter collegare il disturbo con i fatti in discussione nel procedimento. Secondo l’avvocato Galli, il dipendente non aveva chiesto di essere trasferito dal magazzino a causa dei bigliettini minacciosi, ma semplicemente perchè stava sostituendo un altro collega che era morto. “Non aveva però la qualifica, e quindi una volta sostituito era stato trasferito”. Si torna in aula venerdì 16 novembre.

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