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Inquinamento Tamoil Avanti a colpi di perizie, in campo altri esperti

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Nella foto, da sinistra gli avvocati di Tamoil, a destra Gino Ruggeri

E’ ripreso davanti al giudice Guido Salvini il processo sull’indagine “madre” della Tamoil relativa all’avvelenamento della falda acquifera da idrocarburi, causato, per l’accusa, dalla raffineria cremonese. Udienza, quella di oggi, dedicata al contraddittorio tra il pm Fabio Saponara e Daniele Arlotti, della Foster Wheeler Italiana, consulente della difesa, sulle origini dell’inquinamento. Per i legali di Tamoil, le cause sono in “gran parte storiche” e riconducibili all’attività petrolifera, mentre gli avvocati di parte civile sostengono che l’inquinamento si sia protratto anche durante la gestione Tamoil, iniziata nel 1986.

Nel corso dell’udienza sono stati nominati nuovi periti: i legali che assistono i 27 soci della Bissolati, gli avvocati Gian Pietro e Monica Gennari, Claudio Tampelli e Vito Castelli, hanno nominato il geometra Gianspirito Vacchelli per la ricostruzione topografica dei luoghi e il medico Federico Balestreri per la parte tossicologica. Anche l’avvocato Alessio Romanelli, che assiste il cittadino Gino Ruggeri, ha nominato un proprio consulente: si tratta del geologo Gianni Porto, di Milano. Gino Ruggeri, tesoriere dell’Associazione Piero Welby, si è costituito parte civile sulla base dell’articolo 9 del testo unico degli enti locali dopo la rinuncia del Comune di Cremona.

La scorsa udienza il giudice Salvini aveva nominato tre suoi periti, due chimici e un geologo, che dovranno rispondere ad alcuni quesiti formulati dallo stesso giudice. Gli esperti a cui è stato dato l’incarico sono i chimici Roberto Monguzzi e Mauro Sanna, gli stessi consulenti incaricati dal gip di Taranto di effettuare perizie sull’inquinamento allo stabilimento siderurgico Ilva, e il geologo Bruno Grego. L’inizio delle operazioni peritali è stato fissato al primo febbraio. L’udienza è stata rinviata al prossimo 15 febbraio.

Chi sono gli imputati

Cinque gli imputati dell’inchiesta “madre” sull’inquinamento ambientale delle falde acquifere da parte della raffineria Tamoil. Si tratta di Mohamed Saleh Abulaiha, libico, direttore generale della Tamoil Raffinazione dal 2007, Ness Yammine, libanese, amministratore delegato dal 2006 della Tamoil Raffinazione e amministratore delegato e direttore generale della Tamoil Italia (le loro posizioni sono state stralciate per un vizio di notifica), Giuliano Guerrino Billi,  di Cremona, amministratore delegato della Tamoil Raffinazione dal 1999 al 2001 e della Tamoil Italia dal 1999 al 2004, Enrico Gilberti, di Robecco d’Oglio, amministratore delegato dal 2001 al 2004 della Tamoil Raffinazione e di preposto dal 1999 al 2006 e dal 2007 in poi, e Pierluigi Colombo, di Abbiategrasso, direttore generale della Tamoil Raffinazione nel periodo 2006/2007. Abulaiha è difeso dagli avvocati Simone Lonati e Alberto Alessandri, Gilberti dagli avvocati Riccardo Villata e Carlo Melzi d’Eril, Billi e Colombo da Melzi d’Eril, mentre Yammine dai legali Giacomo Lunghini e Alessandro Della Chà.

I reati contestati

L’accusa è di non aver adottato idonei interventi di messa in sicurezza di emergenza per bloccare lo sversamento al suolo di sostanze inquinanti penetrate nel terreno attraverso “forme abituali di gestione illecita di rifiuti, incidenti, perdite dai serbatoi e dalla rete di raccolta delle acque”. Nel capo di imputazione si contesta la mancata attivazione al fine di “accertare l’effettiva esistenza del cosiddetto taglione lungo l’argine maestro del fiume Po che avrebbe dovuto impedire la migrazione delle sostanze inquinanti, attraverso la falda, oltre i confini della raffineria”, accettando in questo modo “il rischio di avvelenare le acque della falda superficiale, intermedia e profonda, aumentandone il grado di contaminazione da idrocarburi e metalli pesanti anche nelle aree circostanti al di fuori del perimetro della raffineria. In particolare, nelle comunicazioni inoltrate alla Regione Lombardia, alla Provincia e al Comune di Cremona nel marzo del 2001 per la Tamoil Petroli e per la Tamoil Raffinazione, Gilberti e Billi dichiaravano che non sussistevano i presupposti per interventi di messa in sicurezza di emergenza, quando invece il sito della raffineria si presentava già pesantemente inquinato quanto alle acque di falda e al suolo”.
“Le aziende sceglievano di non dare sollecito corso né alle specifiche richieste del Comune di Cremona, con cui si chiedeva la verifica dell’inquinamento anche delle aree esterne alla raffineria e di accertare la sussistenza della barriera naturale dell’argine maestro del fiume Po, né a quelle di Arpa, che richiedeva dettagliata indicazione degli interventi di messa in sicurezza di emergenza con conseguente grave e consapevole ritardo nell’adozione di soluzioni tecniche atte a limitare e a contenere l’avvelenamento delle acque e l’inquinamento del suolo entro i confini della raffineria. Solo nella prima decade del luglio del 2007 veniva messa in funzione la prima pompa stimme della barriera idraulica che consentiva di emungere dalla falda il prodotto surnatante (al 27 febbraio del 2009 ben 690 mc) e contenere un’ulteriore espansione dell’inquinamento della falda sottostante l’area golenale al di fuori del sito Tamoil, specialmente nell’area sud ovest, esterna alla raffineria, denominata alveo ex Riglio, gravemente contaminata: il suolo fino a 10 metri di profondità si presentava fortemente inquinato per presenza di idrocarburi, benzene e piombo; le acque della falda superficiale ed intermedia risultavano non conformi ai parametri e concentrazioni di legge per contaminazione da idrocarburi totali, BTEX (benzene, toulene, etilbenzene e xilene), MTBE, ferro, vanadio, cadmio, piombo tetraetile, manganese, composti organici alogenati. In particolare, a seguito dei prelievi del 13 luglio del 2007, si accertava che presso le canottieri Bissolati, Flora, Cral Tamoil, Dopolavoro Ferroviario e Baldesio le acque destinate al consumo e all’utilizzo umano, pozzi dai 40 ai 140 metri, piscine e acqua del rubinetto della cucina presentavano parametri difformi quanto alla presenza di idrocarburi totali e metalli pesanti. Inoltre alla Bissolati il pozzo di 41 metri presentava una notevole concentrazione di benzene, sostanza altamente tossica per la salute umana”.
I soli Gilberti, Yammine e Abulaiha devono anche rispondere di delitto colposo e di disastro doloso (entrambi reati puniti con la reclusione da uno a cinque anni) per fatti accaduti a Cremona tra il maggio e il giugno del 2008. “In cooperazione colposa tra loro, non prevedendo, per imprudenza ed imperizia, la dispersione nell’ambiente di vapori esplosivi, non adottavano tempestivamente misure di sicurezza idonee ad aspirare i gas infiammabili sprigionatisi dal sottosuolo, gravemente contaminato per la presenza, nel suolo e nella falda superficiale, di idrocarburi, con conseguente grave e concreto pericolo di esplosioni che avrebbero messo a repentaglio la pubblica incolumità. In particolare, i rilievi effettuati dai vigili del fuoco registravano alla Bissolati la presenza di miscela infiammabile con elevate concentrazioni sia nei pozzetti dei sottoservizi, sia negli edifici adibiti a preparazione e consumazione pasti; alla canottieri Flora la presenza di miscela infiammabile con elevate concentrazioni all’interno dei pozzetti dell’impianto elettrico di terra nel parcheggio interno; nello spazio libero adiacente il Circolo Cral Tamoil e l’abitazione di Mario Manzia la presenza di miscela infiammabile con elevate concentrazioni in corrispondenza di un pozzetto dei sottoservizi elettrici, mentre al Circolo Cral Tamoil la presenza di vapori esplosivi in condotti di servizio e pozzetti d’ispezione; situazioni che imponevano all’autorità comunale l’adozione di ordinanze di divieto di accesso ai circoli ricreativi e il distacco cautelativo dell’energia elettrica per evitare che scintille elettriche potessero provocare esplosioni”.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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