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Morto schiacciato dalla rotoballa, assolti responsabili Anafi

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Assolti dall’accusa di omicidio colposo per l’infortunio sul lavoro avvenuto nel 2008 all’Anafi (Associazione nazionale allevatori bovini razza frisona italiana) di via Bergamo. Lo ha deciso il giudice Pio Massa che ha ritenuto non responsabili dell’accaduto Maurizio Garlappi, presidente del comitato direttivo Anafi, e Gianni Guarneri, consulente esterno e responsabile per l’Anafi del servizio prevenzione e protezioni infortuni. I due, difesi rispettivamente dagli avvocati Giuseppe Sgargi e Cesare Gualazzini, dovevano rispondere di omicidio colposo per la morte di Aldo Bruscia, 54 anni, autotrasportatore in proprio originario di  Gemmano, in provincia di Foggia.

L’incidente sul lavoro era accaduto il 25 giugno del 2008 presso la sede dell’Anafi. Bruscia, residente a Rimini, era stato travolto e schiacciato sotto sette quintali di una rotoballa di fieno scivolata da una pila che avrebbe dovuto essere scaricata dal camion della vittima. Per Garlappi, il pm onorario Silvia Manfredi aveva chiesto una pena di due anni, mentre per Guarneri l’assoluzione. Nella sua arringa, l’avvocato Sgargi ha definito il comportamento di Bruscia, “assurdo, abnorme e anomalo”. “Non era nelle sua mansioni effettuare quelle operazioni”, ha aggiunto l’avvocato Gualazzini. “Il buon senso era quello di non stare lì. Non c’è nesso causale tra l’Anafi e la morte di Bruscia”. Nel processo la parte civile si è ritirata: la famiglia dell’autotrasportatore, infatti, è già stata  risarcita. La motivazione della sentenza di assoluzione sarà depositata entro quaranta giorni.

Quella mattina, nel cortile dell’Anafi, due operai dell’azienda cremonese, uno a terra e l’altro su un muletto, avevano tolto la sponda di contenimento del camion e avevano cominciato a scaricare le rotoballe. Bruscia era dalla parte opposta del mezzo. Secondo la ricostruzione effettuata dalla polizia giudiziaria dell’Asl, sarebbe stato lo stesso Bruscia, spinto dalla fretta, a sganciare la sponda di contenimento dall’altra parte del camion per dare una mano ai due operai. Una manovra che si era rivelata fatale per l’autotrasportatore pugliese, proprio perché fatta in contemporanea con le operazioni di scarico che erano in corso dalla parte opposta del mezzo. La stabilità delle rotoballe, infatti, era stata compromessa, facendo precipitare addosso a Bruscia la rotoballa in cima alla pila. A nulla erano valse le grida dei due operai che gli dicevano di spostarsi. All’arrivo dei soccorsi, l’uomo, ancora in vita, aveva tra le mani la sponda di acciaio sganciata dal camion.

Secondo l’accusa, i due operai intenti a scaricare le rotoballe non avevano avuto un’adeguata formazione all’uso del muletto e le operazioni di scarico si erano svolte senza avere accuratamente valutato i rischi che quelle due diverse operazioni effettuate in contemporanea avrebbero potuto comportare. Uno dei due operai, inoltre, era un giardiniere, e si era detto esperto solo per aver lavorato nell’azienda agricola della madre. Dopo l’incidente, nel cortile dell’Anafi era stata predisposta un’area di delimitazione segnalata da una luce gialla e una cartellonistica con il divieto per gli autisti di sostare a piedi nella zona di carico e scarico.

Nel 2003 Bruscia era sopravvissuto ad un altro grave incidente. In quell’occasione, per cercare di soccorrere l’uomo, caduto in una scarpata in provincia di Arezzo, un vigile del fuoco di 29 anni aveva perso la vita.

Sara Pizzorni

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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