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Centro arredamento: truffa e bancarotta, ma denaro non dissipato

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Nuova udienza, davanti al collegio dei giudici (presidente Pio Massa, a latere Francesco Sora e Andrea Milesi), del processo a carico di Luigi Roversi, 62 anni, bresciano, promotore della società Centro arredamento, con punto vendita a Castelvetro Piacentino e con sede legale a Cremona, fallita nel febbraio del 2006. L’imputato deve rispondere dell’accusa di truffa nei confronti di diversi clienti e anche di bancarotta per aver dissipato del denaro. Durante l’udienza, però, è emerso che Roversi non dissipò né distrasse soldi. Quel denaro, al contrario, finì sui conti correnti della società. Nel mirino dell’accusa ci sono 260mila euro, il totale delle somme finanziate ai clienti, “il profitto di un’attività truffaldina” ai danni dei clienti che da Roversi acquistarono arredi e li pagarono attraverso una finanziaria. A processo si sono costituiti parte civile due dei clienti che saranno ascoltati il prossimo 5 novembre. Da parte loro, i legali di Roversi, gli avvocati Luca Curatti ed Enrico Moggia, hanno sottolineato il fatto che in un caso “i mobili non vennero neanche ritirati e il curatore fallimentare li inventariò”, mentre nell’altro “non furono pagati”. Nella seconda udienza del procedimento è stato sentito in qualità di testimone il maresciallo della guardia di finanza Maurizio Trespidi, che a suo tempo visionò tutti i casi dei clienti, provenienti da Piacenza, Reggio Emilia, Modena e Bologna, che  tra il 2002 e il 2006 acquistarono mobili da Roversi e che per il pagamento sottoscrissero un contratto con le finanziarie. “Ogni mese le persone pagavano i bollettini”, ha spiegato il teste. “Qualcuno poi ci ripensò, preferì pagare con l’assegno pensando che sarebbe finita lì, e invece il finanziamento proseguiva con la finanziaria”. Agli atti dell’inchiesta ci sono assegni per 53.758 euro negoziati in banca dalla compagna di Roversi. “Denaro con cui io ho pagato i bollettini delle finanziarie”, ha spiegato l’imputato, che dall’accusa di aver truffato una cliente è già stato assolto da un giudice di Guastalla “perché il fatto non sussiste”. “Alla luce di quanto è stato introdotto nel dibattimento e a conoscenza di questo tribunale”, si legge nella motivazione della sentenza, pronunciata il 6 ottobre del 2009, “non si comprende quale condotta dell’imputato avrebbe (anche astrattamente) integrato il reato contestato”.

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