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Poliziotti a processo, in aula i testi dell'accusa: contraddizioni

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Udienza dedicata ai testimoni dell’accusa, quella che si è celebrata oggi davanti al collegio presieduto dal giudice Pio Massa (a latere i giudici Francesco Sora e Andrea Milesi) nel processo a carico di cinque agenti della polizia stradale di Crema accusati a vario titolo di sequestro di persona, violazione di domicilio commessa da un pubblico ufficiale, falsità ideologica commessa da pubblico ufficiale in atti pubblici e rivelazione ed utilizzazione di segreti d’ufficio.

I fatti si sono svolti a Soresina l’11 settembre del 2012. Per la procura, gli agenti si erano presentati nell’abitazione di un ragazzo bielorusso di 25 anni che viveva con la madre ed avrebbero effettuato una perquisizione senza aver ottenuto l’autorizzazione del pubblico ministero. A fare il nome del giovane soresinese ai poliziotti erano stati due egiziani trovati in possesso di droga. Per l’accusa, gli agenti avrebbero anche privato il giovane della libertà personale, prelevandolo dalla sua abitazione di Soresina per condurlo presso gli uffici della polizia stradale di Crema.

Uno degli imputati è anche accusato di aver “rivelato” ad una giornalista locale “notizie di ufficio che avrebbero dovuto rimanere segrete, riferendole indicazioni utili per l’individuazione del giovane e altri particolari della vicenda (il controllo di due cittadini egiziani presso i giardini pubblici, il rinvenimento su di loro di 0,7 grammi di eroina e 0,6 grammi di haschish e l’indicazione, da parte di uno dei soggetti controllati, dell’identità dello spacciatore)”.

Nel processo si è costituita parte civile la madre del giovane soresinese, morto suicida. Dopo la morte del figlio, secondo la procura proprio in seguito a questi fatti, la donna aveva sporto denuncia, facendo aprire l’indagine.

Come primo teste è stato sentito il maresciallo dei carabinieri di Soresina Ornella Celletti, che il 15 settembre del 2012 era intervenuta a casa del giovane che si era appena tolto la vita, impiccandosi con una corda. “Sul posto c’era la mamma, i medici del 118 e i vicini di casa”, ha spiegato il maresciallo, che era venuta a sapere dai vicini che “il ragazzo era stato scosso da alcuni accadimenti e in particolare da un articolo di giornale in cui lo si accusava di essere uno spacciatore”. “Non era un soggetto noto agli uffici”, ha riferito il maresciallo, “ma è emerso che era un assuntore”.

Il collegio ha poi sentito la testimonianza della fidanzata del 25enne. “Ci conoscevamo da un anno”, ha detto la teste, “faceva il giardiniere ed era un gran lavoratore”. La donna ha riferito ciò che le era stato raccontato dal fidanzato: “nella perquisizione”, ha detto la giovane, “uno dei poliziotti gli ha detto di tirare fuori la roba, ma di droga non ne è stata trovata. Gli hanno detto che c’era una telecamera che lo inchiodava e l’hanno obbligato ad andare in questura. Lì non l’hanno nemmeno interrogato. Quella sera mi ha detto che voleva farla finita”. “Era un ragazzo fragile”, ha continuato la testimone, “era stato adottato e aveva vissuto in orfanotrofio. Aveva il terrore di andare in carcere, forse perché lo collegava con l’orfanotrofio.  Era stato molto turbato dai modi dei poliziotti. Poi c’è stato il colpo di grazia quando è uscito l’articolo di giornale. Era anche andato dai carabinieri perché voleva sporgere denuncia contro i due egiziani che avevano fatto il suo nome”. “Il mio fidanzato faceva uso di sostanze stupefacenti”, ha ammesso la ragazza, “ma molto saltuariamente. Non era comunque uno spacciatore”.

E’ stata poi la volta della mamma del giovane salire sul banco dei testimoni. Quel pomeriggio dell’11 settembre la donna ha raccontato di aver saputo che alcuni poliziotti stavano cercando il numero civico della loro abitazione, e aveva avvertito il figlio, che quel giorno non era andato al lavoro perché aveva il mal di schiena.
“Uno dei poliziotti”, ha riferito la teste, “gridava ‘tira fuori la roba, guarda che vai in galera. Abbiamo due testimoni e c’è una telecamera’”. “Mio figlio ha cominciato a star male, è diventato pallido. Balbettava. Poi lo hanno portato via”.
Secondo la difesa, però, il giovane non sarebbe stato costretto a seguire gli agenti. Sarebbe stato proprio il 25enne, che non aveva la macchina, a chiedere ai poliziotti di poter essere accompagnato sull’auto di servizio.
“In quel momento la macchina era in carrozzeria”, ha ammesso la stessa testimone, rispondendo alla domanda di uno dei difensori. Sempre nel controesame della difesa, la mamma ha raccontato che  giorni prima della perquisizione il ragazzo aveva discusso con un vicino di casa. “Era depresso”, ha detto la teste, che ha confermato che a volte il figlio le chiedeva del denaro. “Sapeva per cosa ?”, le hanno chiesto i legali. “No, non gliel’ho chiesto”, ha risposto la donna.
“Ho saputo dopo”, ha poi aggiunto, sempre durante il controesame della difesa”, che mio figlio aveva fatto uso di droghe”.

Ha poi testimoniato un vicino di casa che ha sostenuto di non aver visto nulla, ma solo di aver sentito i poliziotti urlare ‘dammi la roba, dammi la roba’. L’uomo ha detto di aver ricevuto la visita della madre del giovane subito dopo la perquisizione: “è venuta da me e mi ha detto che erano venuti ad arrestarlo, che il ragazzo non aveva fatto nulla ma loro continuavano ad insistere”. “Nei giorni successivi”, ha raccontato il vicino al pm Francesco Messina, “ho notato cambiamenti nel giovane. Era con la testa china e non parlava. Forse aveva vergogna”.

Nel controesame, l’avvocato Massimiliano Cortellazzi ha chiesto al teste di riferire un episodio accaduto un mese prima. Il vicino ha quindi raccontato di aver visto il 25enne con il mano un pezzo di spago e di avergli detto che l’avrebbe fatta finita se sua madre non gli avesse dato il denaro. “Era una minaccia per sua mamma per farsi dare il denaro”, ha ipotizzato il testimone. L’uomo ha però riferito che dopo quel giorno si era rasserenato. “L’ho rivisto turbato dopo l’11 settembre”.

Altro teste, un carabiniere della caserma di Soresina a cui il 25enne si era rivolto qualche giorno prima del suicidio. “Era arrabbiato perché diceva che era uscito un articolo di giornale dove c’erano notizie non veritiere. Ha detto che avrebbe potuto anche perdere il lavoro”.Quando il giovane si era tolto la vita, i militari avevano sequestrato il suo cellulare che era stato trovato vicino al corpo. Tra le chiamate ce n’era una di uno dei due egiziani che lo aveva accusato di essere uno spacciatore. “Lo chiamava perché doveva riscuotere i soldi della droga”, ha  riferito il carabiniere, che però, a domanda del pm Messina ha chiarito: “quell’egiziano doveva riscuotere il denaro per conto di un connazionale. Il debito era di 50 euro”.

Da parte sua, il maresciallo Luigi Illustre, comandante della stazione di Soresina, ha detto di aver ricevuto l’11 settembre la visita degli agenti della polstrada di Crema che gli avevano chiesto informazioni sul 25enne bielorusso. Ma dalle informazioni in possesso dei militari, il giovane soresinese era noto solo per essere un assuntore.

Secondo il carabiniere che aveva accompagnato gli agenti nella via dove abitava il giovane, erano passati “dieci, quindici minuti” da quando uno dei poliziotti era entrato ed uscito dalla casa. E per la difesa, “in dieci minuti non si fa una perquisizione”.

Si torna in aula il 29 ottobre per l’esame di altri testimoni.

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