Cronaca
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"Terrorizzata dal mondo islamico": tunisina chiede l'arresto del marito

“Sto morendo, non mi sento libera, vivo nel terrore totale”. A parlare è Amina (il nome è di fantasia), 45 anni, di Tunisi, residente a Cremona. Amina ha paura del marito Ben Salah, 47 anni, tunisino, a processo per stalking, violenza privata e lesioni personali. Non accettando la fine del suo matrimonio, l’uomo l’ha molestata e perseguitata con minacce, aggressioni verbali e fisiche e appostamenti sul luogo di lavoro. Il procedimento penale nei confronti di Ben Salah è in corso e tornerà ad essere discusso in aula solo nel marzo del prossimo anno. Ma Amina non ce la fa ad aspettare. Le molestie del marito, a suo dire, proseguono, tanto che in questi giorni si è rivolta alla squadra mobile di Parma per chiedere l’arresto immediato di Ben Salah. E si è rivolta anche a Daniela Santanchè perché “spero che mi salvi da questo incubo”.

Un calvario di sette anni, quello vissuto dalla donna, liberata nel 2006 proprio dagli agenti della questura di Parma perché il marito la teneva segregata in casa in stato di schiavitù. Parla cinque lingue, Amina. A 21 anni si è laureata in Fisioterapia, poi è stata venduta per 10.000 euro per salvare la sua famiglia dalla povertà. Nel 2008 la donna si è convertita alla religione cattolica. E’ stata battezzata nella chiesa di San Luca. Si dice “terrorizzata” dal mondo islamico. “Mi sono convertita per via degli atteggiamenti degli arabi che non seguono l’insegnamento del Corano. Nel mio paese ero costretta a portare il velo. Avevo i capelli lunghi e nonostante il velo si vedevano. Me li hanno tagliati davanti a tutti. Ma i capelli non hanno niente a che vedere con l’attrazione sessuale e con il peccato”. “Odio gli arabi”, si è sfogata Amina, “nessuno di loro mi ha mai aiutato”.

Nel 2007 la donna era tornata a vivere da sola a Cremona. Faceva l’interprete per la questura, poi ha aperto un negozio di cose usate. Un giorno, nel 2009, il marito l’ha trovata. Si è presentato nel negozio e l’incubo è ricominciato con insulti, minacce di morte telefonate, botte e aggressioni. “Ti faccio finire come la pakistana di Brescia”, le aveva detto, riferendosi a Hina Saleem, la ragazza pakistana uccisa dai parenti come punizione per non essersi adeguata agli usi della sua cultura. Amina è stata costretta a chiudere il negozio e anche a cambiare casa.

“Devo continuare a fare una vita del genere?”, si è sfogata. “Io sto morendo e lui è libero. Quante volte ho rischiato la mia vita, sono piena di cicatrici, una vita impossibile”. Amina, disperata, si è rivolta alla questura di Parma perché vuole l’arresto immediato del marito. E ha scritto anche a Daniela Santanchè, che, tramite la sua segretaria, l’ha contattata. Ora Amina attende che le sia fissato un appuntamento per un colloquio con la deputata del Pdl. Per spiegare la sua situazione, la donna andrà anche a Mediaset da Barbara D’Urso.

L’ultima udienza del processo in cui il marito è imputato si è svolta lo scorso 19 giugno. Il rinvio è stato fissato al 5 marzo dell’anno prossimo. “Io il rinvio a marzo”, ha detto la tunisina, “mentre a Berlusconi il processo lo fissano subito…”. Amina non ce la fa più. E’ disoccupata ed è in arretrato con l’affitto della casa. Chiede di poter vivere tranquilla e di poter riprendersi la sua vita.

Sara Pizzorni

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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