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E' morto Serafino Corada, partigiano, storico e poeta Padre dell'ex sindaco

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Sopra, a sinistra simbolo dell’Anpi a destra patrioti castelleonesi nel giorno della Liberazione (copertina del libro ‘Serafino Corada’ di Elia Ruggeri)

La sera del 6 agosto nella sua Castelleone è morto Serafino Corada, nota e stimata figura di artigiano, ma anche di partigiano combattente, deportato in campo di concentramento nazista, amministratore pubblico nonché poeta dialettale, scrittore e storico di Castelleone. I funerali si svolgeranno giovedì 8 agosto alle ore 10 partendo dall’abitazione di Via Garibaldi per recarsi alla Chiesa Parrocchiale, quindi per il Civico Cimitero. Serafino Corada è il padre dell’ex sindaco di Cremona Gian Carlo Corada. “Al figlio Gian Carlo le mie più sincere condoglianze”, scrive Deo Fogliazza, figlio di Kiro Fogliazza, partigiano, sindacalista e deputato morto a febbraio.

Così, qualche anno fa, scriveva di lui il giornalista Simone Ramella.

Serafino Corada, dalla tipografia al fronte

A 18 anni la vita di Serafino Corada (anzi Corrada, fino a quando negli anni Settanta l’errore di un burocrate non eliminò per sempre una erre) era scandita dal lavoro. Di giorno alla tipografia Sonzogno, in via Passerella, proprio dietro il Duomo di Milano. La sera in un’altra tipografia milanese, la Sangalli di via Verzieri, i cui proprietari gli davano la possibilità di dormire in una soffitta. Una vita molto dura ma ricca di soddisfazioni per il giovane Serafino, che dopo le scuole elementari frequentate a Castelleone, il suo paese natio, aveva subito cominciato a lavorare tra il piombo e le linotype delle vecchie tipografie, imparando ad apprezzare insieme alle tecniche della stampa, anche la cultura che i pochi anni di scuola non gli avevano potuto trasmettere.

Tutto questo venne scompaginato dall’ingresso in guerra dell’Italia nel 1940. A 20 anni, infatti, Serafino dovette spogliarsi della divisa da tipografo per indossare l’uniforme da soldato, spedito in Sicilia con il quinto reggimento fanteria “Aosta”. La sua odissea, come quella di migliaia di altri soldati italiani, cominciò dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943. Arrivato a pochi chilometri da casa, infatti, venne bloccato a Cremona dalle SS e rinchiuso insieme ad altri compagni di viaggio nell’ex zuccherificio.

“Sono riuscito a scappare solo grazie all’aiuto di un medico – racconta Corada – ma a Cremona ero ricercato, perciò sono andato a Piacenza e sono entrato nella prima divisione partigiana di “Giustizia e Libertà” del comandante Fausto Cosso. Insieme a me c’erano molti altri di Castelleone. Io sono entrato a far parte della redazione del “Grido del Popolo”, un giornale diretto dal professor Rocca sulle alture di Pianello Valtidone”.

Un grande rastrellamento diretto dai fascisti, però, fece disperdere la divisione e costrinse di nuovo alla fuga il giovane Serafino, che prima si rifugiò sul monte Santa Franca, poi scese a valle passando da Caorso e cercando di volta in volta aiuto da parte dei preti. Arrivato fino al ponte sul Po, nascosto su un carro sotto delle fascine, riuscì a varcare il fiume unendosi ad un gruppo di lavoratori diretto a Casalpusterlengo. “Ero ammalato, avevo la febbre a 40, ma per fortuna un uomo riuscì ad arrivare a Castelleone e ad avvisare mio padre, che venne a recuperarmi a Casalpusterlengo con il carro e il tabarro.

Arrivato a Castelleone, però, qualcuno deve avermi notato, perchè feci appena in tempo a scappare subito a Trigolo, e poi di nuovo a Piacenza per unirmi di nuovo alla Resistenza”.

L’odissea di Corada, però, era ancora lontana dal suo epilogo. Nel dicembre del 1944, durante un breve ritorno a Castelleone venne arrestato e rinchiuso nelle carceri giudiziarie di via Jacini. “Nelle cantine” precisa “perchè eravamo troppi”. Gli interrogatori avvenivano presso il Palazzo della Rivoluzione ed erano “tristi”. Corada usa solo questo aggettivo per descriverli, evitando di scendere nei particolari di una vicenda che evidentemente lo turba ancora.

Il 27 dicembre alcuni detenuti, tra cui lo stesso Serafino, vennero trasferiti nelle carceri di Brescia, anticamera della deportazione in campo di concentramento. Corada finì in quello di Dobbiaco, ai piedi delle Dolomiti.

“Eravamo circa in 300 e le condizioni di vita erano incredibili” racconta oggi, amareggiato dal fatto che nessuno parli mai di quel campo di concentramento “Passavamo le giornate a scavare delle buche di difesa per i tedeschi ogni 20 metri, lungo la strada per Cortina d?Ampezzo, con la neve alta un metro. Appena arrivati ci hanno messo in fila e sul piazzale hanno portato due barelle, con sopra due ragazzi con le gambe fratturate. Ci hanno spiegato che quella era la fine che faceva chi cercava di scappare. Sulla giacca ci hanno disegnato una grossa “G” che significava “Geffanghen”, prigioniero, e sempre con la pittura ci hanno dipinto due righe rosse sui pantaloni. Quando lavoravano lungo la strada, vestiti in quel modo, gli abitanti del Cadore che transitavano ci davano un po’ di pane, ma i tirolesi ci tiravano i sassi. L’ufficiale comandante del campo era un ubriacone che la sera entrava nelle nostre baracche e sparava dei colpi di pistola contro il soffitto”.

Furono le truppe americane a mettere fine a questo incubo, l’8 maggio del 1945. E sempre loro trasportarono a casa i prigionieri rinchiusi nel campo di Dobbiaco. Compreso Serafino Corada, che fece ritorno a Castelleone, dandosi subito all’attività politica. ?Nel ’46 mi ero iscritto al Partito Repubblicano Italiano di Vittorio Dotti, ma me ne andai quando lessi una sua dichiarazione sulla “Provincia” in cui diceva di condividere l’attività di Petain. Da allora non mi sono mai più iscritto a nessun partito, ma dal ’50 sono stato nel consiglio comunale di Castelleone come rappresentante indipendente della sinistra”.

Nel giugno dello scorso anno, dopo quasi mezzo secolo come consigliere comunale, la prima esclusione, con l’ennesima rielezione mancata per un solo voto di scarto. Ma Corada nega di esserci rimasto male: “Ho passato così tanti anni in consiglio che prima o poi doveva succedere”. Gli à senz?altro dispiaciuto di più non essere riuscito a convincere suo figlio, l’attuale presidente della Provincia, a lavorare con lui in tipografia. “Ma – assicura – mi ha comunque dato molte soddisfazioni”.

E’ la memoria storica di Castelleone.

Finita la guerra, Serafino Corada si presentò subito alla Sonzogno di Milano con la speranza di poter riprendere il lavoro da tipografo che era stato costretto ad abbandonare per entrare nell’esercito. L’edificio, però, era stato bombardato e la tipografia riprese l’attività solo diversi anni più tardi.

Così Corada si arrangiò per qualche anno lavorando come commerciante con il fratello. Poi nel 1957 acquistò una vecchia tipografia a Castelleone, la stessa in cui si reca tuttora ogni giorno. Si chiama “Tipostile” ed ha sfornato anche i 27 libri che lo stesso Corada ha pubblicato dal 1958 a oggi, trasformandosi in una vera e propria memoria storica di Castelleone. Una memoria storica che alcuni anni fa ha dato vita anche al “Gruppo Teatrale Dialettale” che continua ad operare all’ombra del Torrazzo.

* Articolo di Simone Ramella pubblicato l’11 febbraio 2000 su Nuova Cronaca, nell’ambito di una serie di interviste ai “patriarchi” del territorio, ovvero personaggi che hanno segnato la storia della provincia di Cremona in vari settori.

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