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Blitz antimafia: marito e moglie interrogati, ammissioni

carab

Salvatore Navanteri

Interrogati sabato nelle carceri di Opera e San Vittore, il boss Salvatore Navanteri, 58 anni, natali a Vizzini, in provincia di Catania, e la moglie Luisa Regazzoli, 53 anni, bergamasca di Caravaggio, hanno fatto ammissioni davanti al gip Guido Salvini. Lui, rinchiuso a Opera, ha parlato per circa un’ora, lei per oltre tre ore. Ammissioni arrivate nell’ambito di una indagine per mafia culminata negli arresti, giovedì scorso, di marito e moglie, ammanettati dai carabinieri che da due giorni tenevano d’occhio la villetta di via Donizetti a Rivolta d’Adda dove si erano rifugiati per evitare azioni violente da parte dei rivali. Lui, dopo essere stato ferito nell’agguato dello scorso agosto a Francofonte, in provincia di Siracusa, progettava la vendetta e dava ordini alla moglie di spostare e nascondere i sacchi con le armi nell’agrumeto ereditato dal padre Giovanni, boss mafioso ucciso dal clan capeggiato da Michele D’Avola. Le diceva a chi doveva consegnare le armi, ma un giorno un sacco è sparito dalla tenuta. Un traditore era passato nell’altra fazione, così Navanteri ha capito che non riusciva a riprendersi il controllo del territorio ed è tornato con la moglie a Rivolta d’Adda. Il siciliano voleva vendicarsi della morte del padre Giovanni. “Ne seguì una faida”, scrive il pm nella richiesta di arresti, “nel corso della quale furono perpetrati numerosi omicidi, tra cui quelli dei fratelli del Navanteri Salvatore”. Quando D’Avola finisce in carcere, il 58enne tenta di scalzarlo. Ci sono uomini fedeli a D’Avola che passano dalla sua parte, poi l’agguato a Francofonte. Navanteri viene portato all’ospedale di Lentini con un occhio maciullato. Dal letto medita la vendetta e impartisce gli ordini alla moglie su come spostare i sacchi con le armi. Ma in ospedale il boss viene videoregistrato, mentre la moglie è intercettata.

Navanteri e Regazzoli sono stati bloccati a seguito di un’inchiesta coordinata dalla Dda di Catania che ha permesso di fermare una faida mafiosa iniziata per il controllo di alcuni territori tra il catanese e il siracusano. Navanteri è accusato di essere a capo di un gruppo che ha tentato di mettere le mani sulle aree dei comuni di Vizzini e Francofonte, tentando di scalzare il gruppo guidato da Michele D’Avola, approfittando della detenzione carceraria di quest’ultimo, anche con l’aiuto di uomini fino a poco tempo fa fedeli a D’Avola.

Oltre a marito e moglie, la magistratura catanese ha disposto il fermo di altre persone. I fermati, nella giornata di giovedì, sono Antonino Alfieri (classe 1958), Alfio Centocinque (classe 1982, pregiudicato), Salvatore Guzzardi (classe 1981, pregiudicato), Salvatore Navanteri (classe 1955, pregiudicato), Cristian Nazionale (classe 1987, pregiudicato), Luciano Nazionale (classe 1990, pregiudicato), Michele Ponte (classe 1972, pregiudicato), Luisa Regazzoli (classe 1959) e Tommaso Vito Vaina (classe 1965, pregiudicato).

Luisa Regazzoli

Gli investigatori hanno scoperto che dopo l’arresto del capo Michele D’Avola (dicembre 2012, con l’accusa di associazione per delinquere finalizzata al traffico di stupefacenti e detenzione illegale di armi), una frangia del suo gruppo (vicino a Cosa Nostra catanese e operante nei territori di Vizzini, nell’area di Catania, e Francofonte, nella zona di Siracusa) ha cercato di mettere in atto una scalata ai vertici sotto la guida di Salvatore Navanteri, che, tornato in libertà dopo un lungo periodo di detenzione, ha cercato di conquistare il controllo delle zone di Vizzini e Francofonte, reclutando anche uomini di D’Avola. Secondo quanto ricostruito dagli investigatori, Navanteri e la moglie si erano allontanati dalla Sicilia per evitare azioni violente dei rivali.

Il siciliano, detto “Zu Turi” o “Turuzzu”, ha riportato numerose condanne definitive per reati contro il patrimonio e per traffico organizzato di stupefacenti; alcuni di questi reati sono stati commessi in località del Nord Italia (Milano, Monza, Riccione) dove in passato ha soggiornato.
Suo padre, Giovanni Navanteri, era a capo di un sodalizio criminale che negli anni ‘80 era entrato in contrasto con quello capeggiato da Giovanni Caruso. Ne era nata una faida nel corso della quale erano stati perpetrati numerosi omicidi, tra cui quelli dei fratelli di Salvatore Navanteri.

Nelle carte degli investigatori si ricorda la sera del 9 luglio del 2013, quando Navanteri, appena uscito da un periodo di detenzione, era stato notato dai militari della Stazione di Vizzini mentre era in compagnia degli indagati Tommaso Vito Vaina, Alfio Centocinque e Salvatore Guzzardi. “La chiave di lettura dell’incontro monitorato dai militari è stata fornita da Alfio Centocinque, il quale, due giorni dopo, sentì l’esigenza di confidarsi con personale dell’Arma in quanto visibilmente spaventato e scosso dalla situazione creatasi a Vizzini, chiedendo addirittura ai militari di essere perquisito davanti a tutti e di essere conseguentemente condotto in caserma”.

Le dichiarazioni dei collaboratori, il contenuto dei colloqui carcerari del D’Avola con i suoi familiari e le conversazioni intercettate tra Navanteri e la sua famiglia ed anche con alcuni affiliati hanno dato “piena contezza” dell’ esistenza di una faida in corso nei territori oggetto di indagine. Contrapposti  gli uomini di D’Avola, tra i quali Salvatore Guzzardi (‘Salvuccio’, indicato dallo stesso Michele D’Avola nel corso dei suoi colloqui) e il gruppo di Salvatore Navanteri, che, approfittando del vuoto  di potere creatosi dopo l’arresto del D’Avola, ha tentato di scalzarlo.

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