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Scandalo formaggi, "pericolosi per la salute" Per Russo chiesti 5 anni

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Ultime battute del processo sullo scandalo dei formaggi avariati che si celebra davanti al collegio presieduto dal giudice Pio Massa (a latere i colleghi Andrea Milesi e Francesco Sora). Il procedimento  coinvolge la ditta Tradel di Casalbuttano, dove i prodotti venivano sconfezionati, e lo stabilimento Megal di Vicolungo, in provincia di Novara, dove i formaggi venivano pastorizzati e lavorati prima della loro immissione sul mercato.

Ecco le pene richieste dal pm Francesco Messina per ognuno dei sette imputati:

Cinque anni chiesti per l’imprenditore siciliano Domenico Russo, accusato di aver lavorato prodotti avariati, destinandoli al consumo umano. Russo (difeso dagli avvocati Marcello Lattari, di Cremona, e Renzo Inghilleri di Novara) era a capo della Tradel, chiusa nel giugno 2007, e della Megal;

Tre anni per Luciano Bosio, direttore dello stabilimento Tradel (assistito dall’avvocato Antonino Andronico, di Bergamo);

Due anni e sei mesi richiesti dal pm per il romeno Gheorghe Vlagea, capo reparto e responsabile del magazzino (assistito dagli avvocati Pierluigi Gritti e Ilaria Ceriali).

Chiesta l’assoluzione, invece, per Francesco Tripodi, capo reparto e responsabile della Megal (il difensore è Roberto Rognoni di Novara). “La sua posizione è stata sempre ai margini”, ha detto il pm.

L’accusa, per gli imputati, è quella di aver “alterato le caratteristiche di vari prodotti lattiero-caseari prima che fossero distribuiti per il consumo, rendendoli pericolosi per la salute pubblica”. In particolare, perché dal 2004 al giugno 2007 “lavoravano formaggi destinati al consumo umano, mescolandovi prodotti per il consumo animale, oppure, in altri casi, prodotti avariati e dall’odore nauseabondo recanti la presenza di estese muffe, di inchiostri, di residui di plastica, di vermi, di topi morti e di escrementi di roditori”. Quel formaggio avariato e putrefatto era merce che doveva essere smaltita, destinata ad uso zootecnico. E invece, secondo l’accusa, sarebbe stata riciclata e lavorata come prodotto “buono”, di prima qualità.

La posizione dei veterinari: tre sono gli imputati per il solo reato di abuso d’ufficio: per Riccardo Crotti, capo del dipartimento Asl di Cremona, difeso dall’avvocato Mario De Bellis, del foro di Mantova, il pm ha chiesto due anni e 6 mesi;

per Paolo Balestreri e per Andrea Chittò una pena di un anno e sei mesi (Balestreri e Chittò sono assistiti dall’avvocato Isabella Cantalupo).

Questi ultimi sono accusati di aver procurato un ingiusto vantaggio patrimoniale ai vertici della Tra.De.L e un ingiusto danno ai consumatori finali dei formaggi. Anziché fare ispezioni e controlli a sorpresa alla Tra.De.L, avrebbero ogni volta preannunciato le loro visite ispettive a Russo o a Bosio, “a volte comunicando il giorno programmato, altre concordando con loro la data più indicata”, così da “consentire a Russo oppure a Bosio “di predisporre una situazione favorevole alla società”.

Le due parti civili, il consorzio Tutela Provolone Valpadana (rappresentato dall’avvocato Vito Castelli) e AltroConsumo (avvocato Nora Lisa Passoni) hanno chiesto ciascuno una provvisionale di 10mila euro di risarcimento danni.

Gli atti del processo in corso raccontano che alla Tra.De.L Domenico Russo raccoglieva dai fornitori sottilette, mozzarelle, stracchino e prodotti invenduti o scaduti anche da mesi, come anche croste di gorgonzola che per legge andavano smaltite o destinate all’uso zootecnico. I formaggi si sconfezionavano meccanicamente per ottenere una pasta omogenea in cui erano stati trovate anche confezioni di mozzarelle e inchiostri. La pasta semilavorata finiva alla Megal, dove veniva lavorata e sottoposta, non sempre, a trattamento termico, per poi essere confezionata e rivenduta in Italia e all’estero. Gli atti raccontano di una “costante e abituale pratica aziendale, consolidata e accettata anche nei rapporti con clienti e fornitori, relativa alla adulterazione e alla contraffazione dei prodotti lattiero caseari trattati, miscelati e fusi con sostanze per le loro qualità concretamente pericolose per la salute umana”.

Le posizioni delle altre persone coinvolte nell’inchiesta si sono già concluse con tre patteggiamenti: Angelo Marco Dossena, tecnico di prevenzione dell’Asl, difeso dall’avvocato Andrea Balzarini, ha patteggiato sei mesi, pena sospesa, mentre la collega Elisabetta Chiozza, assistita dall’avvocato Antonia Tundo, ha patteggiato cinque mesi e dieci giorni, pena sospesa. Due anni di patteggiamento, infine, sempre pena sospesa, sono stati decisi per Stefania Massa, veterinaria responsabile dell’autocontrollo della Megal. Questi ultimi erano accusati di aver attestato falsamente nei verbali relativi ai formaggi semilavorati ad uso industriale da spedire alla Megal di aver assistito al carico dei tir usati per il trasporto.

LA REQUISITORIA DEL PM: “Spesso alla Tradel arrivava merce avariata”, ha esordito il pm Messina. “Ne arrivava la metà, lo ha confermato lo stesso Vlagea. Tutti si lamentavano della situazione. Bosio ne era a conoscenza, e c’è anche la dichiarazione dei dipendenti. Alla Tradel c’era una prassi: arrivava prodotto scadente, si facevano le foto e poi lo si contestava ai fornitori. Poi si chiedeva un rimborso spese per l’acquisto del prodotto e si facevano pagare le spese di smaltimento. Ma il prodotto veniva lavorato lo stesso. C’è la prova documentale”.
A suo tempo il pm Francesco Messina aveva chiesto ed ottenuto che nel procedimento venissero acquisiti gli atti relativi alle oblazioni e ai patteggiamenti relativi ai fornitori a cui si era pervenuti nelle fasi iniziali della vicenda. I fornitori dovevano rispondere dell’articolo 5 della Legge 283/62 alle sue lettere b, c, d, riguardante la vendita di prodotti che non potevano essere né commercializzati, né smaltiti, o la vendita di prodotti destinati ad uso zootecnico. Alcuni avevano scelto l’oblazione, versando una somma di 69.721 euro, mentre altri avevano seguito la strada del patteggiamento, corrispondendo un importo di 20.000 euro. Con l’oblazione, di fatto il reato si è estinto. Per la Galbani, i dirigenti Basso e Cantarelli avevano optato per l’oblazione. “È stata una scelta processuale”, ha detto Messina, “ma i fornitori non si sono difesi sul punto, si sono presi la loro imputazione e hanno pagato per poter patteggiare”.
Poi “ci sono le ammissioni di Russo al gip, le ammissioni di Bosio sia al gip che in aula. Galbani inviava alla Tradel croste di gorgonzola sotto falso nome”. “Se questo e successo”, ha continuato il pm, “è stato anche grazie ai funzionari dell’Asl che hanno svolto il ruolo di controllori in modo molto particolare. Alla Tradel non sono mai stati effettuati controlli a sorpresa. Hanno sempre preavvisato. I controlli, invece, di regola devono essere a sorpresa. Dalle telefonate si capisce che Crotti è dalla parte dell’azienda. Nel sopralluogo definitivo dove i funzionari dovevano constatare l’adempimento delle prescrizioni nulla è stato verbalizzato. Si è trattato di un sopralluogo fantasma”. Per il pm una “condotta grave”, in quanto “Tradel era la ditta che rigenerava i formaggi. Un’attività borderline dove già il confine tra lecito e illecito non era così netto. Bosio, responsabile dello stabilimento, ha più volte avvertito Crotti del fatto che venivano lavorati prodotti di qualità pessima”.
Per quanto riguarda la pericolosità per la salute pubblica, il pm ha detto: “il prodotto sequestrato alla Tradel era pieno di plastica e non può essere risanato nemmeno attraverso successive lavorazioni. Non si poteva quindi lavorare. C’erano croste di gorgonzola, muffe ed escrementi di topo”. Per l’esperto del pm, il professor Pierpaolo Resmini, i prodotti sequestrati erano pericolosi per la salute umana”.

LE DIFESE: Per l’avvocato Andronico, legale di Bosio, “c’è l’errore di dire che quello che accadeva in Tradel e in Megal era un tutt’uno. Non è così. Niente è andato al consumo umano. Le analisi su questi formaggi sono tutte negative. Bosio non aveva voce in capitolo. Al di là della valutazione sensoriale, bisogna andare a vedere se c’è qualcosa di più. Per Bosio non c’è il dolo”. “Non è emersa la concreta pericolosità alla salute”, ha detto a sua volta l’avvocato Inghilleri, difesore di Russo. “In Megal c’era un processo di fusione ad alta temperatura, tale da azzerare qualsiasi batterio, tale da eliminare ogni possibile impurità”. “I superiori ben conoscevano le normative, le modalità e la prassi, al di là del mondo ideale di controlli descritti dal pm”, ha sottolineato invece l’avvocato Cantalupo per Balestreri e Chittò. “E’ con la quotidianità che si deve fare i conti”. “La normativa”, ha proseguito il legale, “non prevede l’obbligatorietà dei controlli a sorpresa. E’ un auspicio del pm, ma non è assodato”. Sulla pericolosità per la salute, l’avvocato ha detto che “è tutta da dimostrare”. E ancora la Cantalupo: “il pm si è chiesto come mai l’Asl a suo tempo non avesse chiuso lo stabilimento. Nemmeno il pm, però, lo ha fatto chiudere. Evidentemente perchè non ha ravvisato un concreto pericolo per la salute. Lo stabilimento è morto solo per decisione di Russo”. “Il mio assistito ha operato nell’ambito della legge”, ha detto infine l’avvocato De Bellis per Crotti. “Il mio cliente avrebbe favorito la Tradel ?. Allora perchè nel 2006 ha inoltrato un’istanza di sequestro di una partita di burro ?. Se avesse voluto favorire la Tradel, questa sarebbe stata la prima occasione per farlo”.

La sentenza è attesa per il prossimo 15 ottobre.

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