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Lasciò eredità alla barista Per la Cassazione non fu circonvenzione

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Assolta “perché il fatto non costituisce reato”. Questa la decisione della Corte di Cassazione che ha ribaltato la sentenza di primo grado, prosciogliendo Orsolina Pollastri, cremonese, titolare del Bar Sportivi di via Aselli, dall’accusa di circonvenzione di incapace. Il 15 ottobre del 2012 la donna, difesa dall’avvocato Franco Antonioli, era stata condannata dal giudice Pierpaolo Beluzzi ad una pena di due anni e sei mesi di reclusione e il 21 giugno scorso in appello a Brescia a 2 anni di reclusione.
Prima di morire, Evelina Bignami, 86 anni, nubile, benestante, aveva lasciato in eredità all’imputata il suo patrimonio di 610 mila euro. La Bignami aveva scritto tre testamenti, l’ultimo del quale risalente al 14 settembre del 2006, stilato al bar di Orsolina Pollastri alla presenza di due clienti. Quando l’anziana era morta, a Cremona era arrivato Piero, residente a Milano, uno dei nipoti nominato erede nel 1982. L’imputata era accusata di aver approfittato dello stato di bisogno e di aver abusato dell’infermità psichica in cui si trovava l’anziana, affetta da “demenza di tipo misto”, inducendola a nominarla unica erede di tutto il suo patrimonio: una casa a Serravalle Scrivia, gioielli, arredi, denaro sul  conto corrente e titoli. La difesa ha definito il rapporto tra le due donne “un’amicizia che non si è  limitata al cappuccio o alla brioche. Certo, era un’estranea, però la portava dal medico, mentre il parente non frequentava la zia. L’anziana si è aggrappata ad Orsolina dalla quale ha ricevuto buoni sentimenti”. L’avvocato Antonioli ha poi sottolineato “la mancanza di qualsiasi elemento che dimostri come Evelina, al momento della redazione dei tre testamenti o anche uno solo, non fosse in grado di testare. La signora non è mai stata soggetta a procedure interdittive o inabilitative. Non aveva una scolarizzazione elevata, ma sapeva il fatto suo. Era intelligente ed era capace di intendere e di volere, almeno era quello che esternamente dava a vedere. A un certo punto le era stato diagnosticato un decadimento organico, ma non vuol per forza dire decadimento mentale”. “La sentenza”, ha concluso il legale, “dà atto della lunga frequentazione e dell’aiuto che la mia assistita ha dato sempre all’anziana”.
Il reato si sarebbe prescritto il giorno dopo il verdetto della Cassazione.

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