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Non scrisse lui le missive di minaccia Imputato assolto

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Assoluzione piena per Danilo Roffia, 65 anni, di Rivarolo del Re, accusato di minacce nei confronti di  Elvezio Storti, 60 anni, casalasco, titolare dell’omonima ditta di trasporti di Casalmaggiore. Per l’imputato, il pm onorario Silvia Manfredi aveva chiesto una condanna di sei mesi. Una richiesta basata sui risultati delle perizie dei consulenti grafici del giudice Francesco Sora e dello stesso pm, secondo i quali la grafia degli scritti anonimi era da attribuire a Roffia. Non così l’esperto della difesa, che ha sconfessato i colleghi: “sbagliata la valutazione di chi dice che Roffia scrive in corsivo in modo fluido e scorrevole. L’imputato, al contrario, scrive in modo molto stentato. Non può essere stato lui a scrivere quei due biglietti”.

Ecco i testi delle missive, inviate il 9 e il 27 marzo del 2007: “Ciao bastardino, come va ? Mi hanno appena pagato per farti un po’ male, anzi, prima a tua moglie, così ti arrabbi di più, te ti lascio per ultimo come fanno a Palermo. Andiamo tutti e tre sulla Provincia, io in prima, tu e il resto nell’ultima pagina. Vai pure a dirlo alla polizia, tanto la pagano anche loro. Ciao”. “Ti stai fidando molto a girare solo solo. Oggi alle 9 del mattino eri in piazza, ti seguo come un cagnolino, sai, ci ho ripensato, non mi faccio più pagare. Lo faccio volentieri”.

Dopo aver ricevuto i due scritti, Storti si era rivolto alle forze dell’ordine e aveva sporto denuncia contro ignoti. Agli inquirenti, il destinatario delle minacce aveva fatto due nomi: quello di Roffia e quello dell’autista Alessandro Capone, suo dipendente. Dal primo, la vittima aveva raccontato di aver ricevuto in passato telefonate minacciose. Anni prima Storti era rimasto coinvolto in un incidente stradale nel quale erano morti il fratello e il nipote di Roffia. Per quella vicenda, risalente al 1998, Storti era stato condannato in primo grado per omicidio colposo, mentre in appello era stato assolto.

“Non è credibile”, ha detto l’avvocato della difesa, “che a dieci anni da questo fatto una persona si prenda la briga di inviare degli scritti di minaccia”. “In quel periodo, comunque”, ha proseguito il legale, “Storti aveva avuto numerose occasioni di discussioni con fornitori e con clienti. Lo stesso linguaggio usato nelle missive, come ad esempio la frase ‘come fanno a Palermo’, denota una terminologia del sud, cosa che non appartiene al mio cliente”. Alla fine il giudice ha creduto alla versione della difesa, ed ha mandato assolto l’imputato. Novanta giorni per la motivazione della sentenza. “Dalla denuncia è passata la bellezza di sette anni”, ha detto un commosso e sollevato Danilo Roffia alla chiusura del procedimento.

Sara Pizzorni
redazione@cremonaoggi.it

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