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Processo Tamoil Sentenza prevista il 4 luglio

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Nella foto, il giudice Guido Salvini e il pm Fabio Saponara

Il prossimo 21 maggio il pm Fabio Saponara trarrà le conclusioni del processo ‘madre’ sulla raffineria Tamoil, con le relative richieste di pena nei confronti dei cinque manager accusati di aver inquinato la falda. Oggi, ultima udienza del procedimento che si celebra con il rito abbreviato, è stato deciso il calendario di chiusura delle parti: dopo la requisitoria del pm, il 26 maggio e il 17 giugno toccherà alle parti civili con le richieste di risarcimento, mentre il 19, il 26 e il 27 giugno sarà la volta delle difese. Per il 4 luglio è prevista la lettura della sentenza da parte del giudice Guido Salvini.

Nel processo sono stati sentiti ex dirigenti e dipendenti Tamoil, compresi i responsabili delle ditte esterne Idroambiente e Soncini, che avrebbero parlato della rete fognaria gruviera, delle criticità strutturali delle condutture e del fatto che la dirigenza Tamoil fosse a conoscenza dell’inquinamento in corso e che negli anni avesse curato molto l’aspetto della sicurezza, trascurando quello dell’ambiente, ad eccezione del periodo compreso tra il 2005 e il 2006, quando come direttore di stabilimento c’era l’ingegner Claudio Vinciguerra, poi deceduto. Allo stesso modo, sempre secondo i testimoni sentiti fino ad oggi, sarebbero stati realizzati lavori parziali al solo fine di risparmiare denaro. Solo nel 2007, con l’apertura dell’indagine sull’inquinamento da parte della procura e con il risalto mediatico scaturito dai dati dell’inquinamento nelle canottieri adiacenti la raffineria i lavori avrebbero avuto un nuovo input.

Durante il processo sono stati sentiti anche i consulenti nominati dal giudice (il chimico industriale Mauro Sanna, il chimico Roberto Monguzzi e il geologo Bruno Grego) che nella loro perizia di 368 pagine hanno delineato un quadro allarmante. Le analisi hanno rilevato una presenza “significativa” di inquinanti e di idrocarburi nella falda superficiale e intermedia all’interno e a valle della Tamoil. “In alcuni casi la concentrazione di benzene è risultata addirittura di mille volte superiore al valore previsto per le acque potabili”. A tutt’oggi, sempre secondo i periti, “la bonifica delle aree delle canottieri non è stata garantita”.

Come ultimo teste, lo scorso due aprile, è stato sentito Francesco Bordi, assessore all’Ambiente del Comune di Cremona e tecnico Arpa in aspettativa. Secondo Bordi, “c’erano diverse fonti di inquinamento, tanto che abbiamo indagato tutta l’area”. “Le fognature”, ha sostenuto il teste, “potevano essere una potenziale fonte di inquinamento, ma ce n’erano anche altre, come i rifiuti interrati, l’area più antica del vecchio deposito che era ridotta peggio, compresa una zona  limitata inquinata dalle fogne”.

Nel procedimento si sono costituiti parte civile tre soci della canottieri Flora e uno della Bissolati, tutti rappresentati dall’avvocato Vito Castelli, il Dopolavoro ferroviario (1.800 soci effettivi), rappresentato dall’avvocato Annalisa Beretta, altri 26 soci della canottieri Bissolati, tra cui anche i radicali Sergio Ravelli ed Ermanno De Rosa, tutti assistiti dagli avvocati Gian Pietro e Monica Gennari, Claudio Tampelli e Vito Castelli, e Legambiente, attraverso l’avvocato di Milano Ilaria Ramoni. Parte civile è anche il cittadino cremonese Gino Ruggeri, tesoriere dell’Associazione Piero Welby, rappresentato dall’avvocato Alessio Romanelli, che, in base a quanto recita l’articolo 9 del testo unico degli enti locali, intende difendere gli interessi della collettività, vista la rinuncia del Comune di Cremona a costituirsi parte civile nel procedimento.

Sara Pizzorni

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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