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'Io, minacciato con una pistola dall'orefice': parla il creditore 'Ero impietrito'

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L’11 agosto del 2009 si era presentato nel negozio di un orefice del centro vantando un credito di 250 euro per un lavoro effettuato nella casa del commerciante, ma quest’ultimo, dopo averlo aggredito verbalmente, sarebbe andato nel retrobottega e sarebbe tornato con una pistola carica, puntandogliela in pieno volto. E’ la versione raccontata oggi in aula davanti al giudice Cristina Pavarani dalla parte civile, un elettricista che in seguito a quell’episodio ha trascinato l’orefice in tribunale accusandolo di minacce aggravate e  ingiurie. “Ero già stato in precedenza in negozio per chiedergli il denaro”, ha detto oggi il testimone, “ma lui mi aveva risposto che non aveva i contanti. Poi ero tornato una seconda volta, e in quell’occasione aveva sostenuto che il lavoro era stato fatto male e che quindi non mi avrebbe pagato”. Nel negozio, l’elettricista ha raccontato di esserci tornato ancora “due o tre mesi dopo”, l’11 agosto del 2009.

“Tornavo dalle Poste e passando di lì sono entrato e gli ho chiesto il denaro. A quel punto lui e il figlio hanno iniziato ad investirmi di accuse, al che io, dopo 15 minuti di parolacce e ingiurie, ho detto all’orefice che se non la smetteva gli avrei dato un pugno e lo avrei steso. Allora lui è andato verso lo sgabuzzino ed è tornato con una fondina dalla quale ha estratto una pistola. Suo figlio gli ha detto di non fare stupidaggini, ma lui ha estratto la pistola, mi ha messo la mano sulla spalla e mi ha puntato l’arma al volto. Sono rimasto impietrito”. In aula, l’elettricista, assistito dall’avvocato Simona Bracchi, ha raccontato che l’orefice si era poi girato verso il figlio dicendogli di chiamare i carabinieri perché in negozio c’era una persona che li aveva aggrediti. “Poi lui mi ha detto di scappare perché avrebbe mostrato ai carabinieri i video delle telecamere”. “Ma io non avevo motivi per scappare”, ha continuato a raccontare il testimone, “e quando lui ha visto che non me ne andavo, ha rimesso la pistola nella fondina”.

Quando erano arrivati i carabinieri, il clima era già più disteso. Lo ha ricordato oggi uno dei militari che quel giorno erano intervenuti nel negozio dell’orefice. “Quando siamo arrivati, in negozio non c’erano armi”, ha detto il carabiniere sentito come teste. “Abbiamo trovato la pistola in una stanza adiacente. Era appoggiata su un tavolo e non aveva il colpo in canna. Le telecamere del negozio? L’orefice ci ha detto che erano mal funzionanti”. Per l’elettricista, incalzato dalle domande della difesa, rappresentata dall’avvocato Marco Gamba, la pistola sarebbe stata carica. “L’ha detto uno dei carabinieri intervenuti. Quando ho saputo che era carica ho fatto giorni a non parlare”. Nel tempo libero, come attività di volontariato, l’elettricista ha detto di fare la guardia giurata e di avere il porto d’armi. “Lei dovrebbe essere esperto di armi”, gli ha chiesto l’avvocato Gamba, “non si è accorto se c’era o no il colpo in canna?”. “No, in quel momento no”, ha risposto il testimone, che ha ricordato che quando l’orefice gli si era avvicinato con la pistola, in una mano teneva l’arma e nell’altra aveva la fondina”.

Nella prossima udienza, fissata per il prossimo 22 gennaio, verrà sentita la versione dei fatti dell’imputato. Secondo la difesa, l’orefice, sentendosi minacciato, era sì andato a prendere la pistola, ma l’avrebbe solo appoggiata sul tavolo non estraendola mai dalla fondina.

Sara Pizzorni

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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