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Suini, allevamenti in crisi A Cremona persi oltre 8mila capi

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Anche se gli italiani continuano a consumare moltissima carne di maiale, purtroppo in molte province lombarde il numero dei suini allevati è in calo. A Cremona, dal 2007 al 2014 si è passati da 928.419 a 919.520 capi, con un saldo negativo di -8.899 (pari a circa il -1%). Insomma, il settore degli allevamenti suini – come spiega la Coldiretti Lombardia – sta affrontando una delle più gravi crisi della propria storia: dal 2007 a oggi la Lombardia ha perso più di mezzo milione di capi con un taglio netto del 10%.

Secondo l’associazione degli agricoltori, “Da gennaio a settembre di quest’anno (dati Anas su base Istat) sono esplose le importazioni non solo di carni fresche (per un miliardo e 426 milioni di euro di valore) ma anche quelle di cosce congelate con una crescita di quasi il 34%. Dall’estero  sono arrivati anche 41 milioni di chili di pancette, salumi e carni affumicate con un balzo del 14%”.

Per quanto riguarda le importazioni in Italia di animali vivi, nell’ultimo anno la Danimarca ha aumentato di quasi il 52% (da 3.568 a 5.412 tonnellate) la sua presenza per i capi sotto i 50 chili, per quelli di peso superiore invece l’invasione arriva da Francia (+6% con 2.940 tonnellate) e Olanda (+13,4% con 5.238 tonnellate), mentre la Spagna conferma la sua posizione con 3.500 tonnellate.

Il richiamo è quindi al consumo di carni italiane, preferendole a quelle provenienti dall’estero. “Un italiano su tre mangerà cotechino e zampone a Capodanno – evidenzia ancora Coldiretti -. Saranno quasi 40 milioni le fette che verranno servite con lenticchie o purè di patate, per un totale di circa 3 milioni e 600 mila chili”. Sulle tavole – secondo le previsioni dei Consorzi Igp – arriveranno un milione e mezzo di zamponi e 4 milioni e mezzo di cotechini. Senza contare quelli a km zero acquistati nei farmers’ market, negli spacci in cascina e nelle botteghe agricole di Campagna Amica.

“L’uso di carni italiane – spiega Ettore Prandini, Presidente di Coldiretti Lombardia – è strategico per garantire ai consumatori l’alta qualità dei prodotti. E’ necessario creare accordi di filiera che dalla stalla alla tavola, coinvolgendo i macelli, i consorzi delle Dop e la grande distribuzione, portino a una chiara identificazione del prodotto italiano e a una sua naturale valorizzazione nelle opzioni di scelta dei consumatori, sia nel nostro Paese che nel resto del mondo”.

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