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Edilizia e affari illegali, gli Iannone non parlano con i magistrati

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Si sono avvalsi della facoltà di non rispondere il 56enne Giovanni Iannone, il figlio 31enne Antonio e Carlo Iannone, fratello 62enne di Giovanni, i tre calabresi originari del Crotonese ma residenti a Cremona arrestati nell’operazione della polizia contro business illegali con società edili e di movimento terra (due i business in particolare: l’impossessamento senza i necessari pagamenti di costosi mezzi da lavoro in leasing o noleggiati, da piazzare altrove, e lavori irregolari in cantieri con la copertura della ditta formalmente intestataria dei lavori). Si trovano in carcere a Cà del Ferro e lì, nella mattinata di martedì, hanno deciso di non rispondere nell’interrogatorio di garanzia. La loro difesa è stata assunta dall’avvocato Raffaella Parisi. Tutti e tre sono accusati di associazione a delinquere finalizzata principalmente alla truffa, all’appropriazione indebita, ad atti estorsivi e dichiarazioni fraudolente. Giovanni secondo il quadro accusatorio è l’organizzatore del sodalizio criminale e l’amministratore di fatto di numerose società formalmente intestate ad altri, oltre che l’autore di tentativi di estorsione ai danni di debitori. Antonio e Carlo Iannone sono accusati di aver partecipato alla gestione illecita di diverse società (Carlo anche con alcuni ruoli formali).

Ha invece parlato, davanti al giudice per le indagini preliminari Guido Salvini e al procuratore Roberto di Martino, il romeno 34enne Stefan Dragos Babei. Quest’ultimo, pure lui finito in carcere con l’accusa di associazione a delinquere assieme agli Iannone, è stato sentito nel pomeriggio a Palazzo di Giustizia. E’ accusato di un coinvolgimento come socio e amministratore in svariate società e sarebbe immischiato nella gestione societaria illecita e nella movimentazione di mezzi pesanti oggetto di appropriazione indebita. Ha parlato per circa due ore. Si è difeso e, come riferito dal suo avvocato Francesco Ferrari, “ha chiarito la sua posizione”. Il legale difensivo chiederà la revoca del carcere o, in subordine, una misura cautelare meno afflittiva.

Dopo Babei ha risposto per circa un’ora alle domande Antonio Del Ponte, napoletano 33enne, anche lui in cella con l’accusa di associazione a delinquere. Del Ponte avrebbe partecipato alla distrazione di mezzi in qualità di amministratore di diritto di una delle società, la Beton 69. Il suo in realtà un ruolo marginale e secondario, si è difeso, assistito dall’avvocato Davide Garbetta, che ha già chiesto i domiciliari. Del Ponte ha sostenuto di non avere nessuna esperienza nell’amministrazione di una società, dicendo di lavorare nella fornitura di bevande per catering. Ha raccontato di aver conosciuto Giovanni Iannone, di essersi quindi avvicinato al campo dell’edilizia e di aver ricevuto da Iannone la richiesta di diventare amministratore di una società, dietro la promessa di 2mila euro mensili, compenso poi non pagato per intero ed elargito solo per alcuni mesi secondo quanto affermato da Del Ponte nell’interrogatorio. Il 33enne ha ammesso di aver firmato delle carte ma ha dichiarato di non aver frequentato gli uffici.

Michele Ferro
redazione@cremonaoggi.it

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