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Omicidio pizzaioli di Brescia, quelle piste che arrivano a Cremona

Portano fino al territorio cremonese diverse delle tracce raccolte dagli investigatori impegnati sul caso dell’omicidio dei pizzaioli di Brescia avvenuto l’11 agosto. Sembra che la polizia si trovi davanti a un’indagine più complicata di quella che appariva fino a un paio di giorni fa. Non mancano i lati su cui è necessario fare chiarezza.

Oltre al fucile a canne mozze, da cui sono partiti i 4 colpi mortali, risultato rubato nel cremonese, anche il motorino utilizzato per il delitto sarebbe stato acquistato da un rivenditore italiano della provincia di Cremona, per 330 euro ma senza passaggio di proprietà e targa. Al vaglio telefonate, nomi e numeri recuperati dai cellulari degli assassini. Ci si chiede allora dunque quali legami ci siano tra Adnan residente a Brescia, Singh nella bergamasca e la città del torrazzo. Continua a essere non chiaro anche il movente dell’omicidio di Francesco Seramondi e la moglie Giovanna Ferrari, titolari della pizzeria. I killer Adnan e Singh, il pachistano e l’indiano accusati del delitto interrogati dal gip hanno parlato di rabbia nei confronti della vittima “perché vendeva di più rispetto al loro locale”. Ma anche di “concorrenza sleale perché Frank – secondo quanto dichiarato dal pachistano – mandava gli spacciatori e rubava i clienti”. Dichiarazioni che però non convincono il giudice. Nel mirino degli inquirenti infine, oltre ai contanti trovati nell’appartamento delle vittime, più di 800mila euro, anche una serie di assegni bancari mai incassati. Assegni relativi alla vendita di un locale a un uomo pakistano che poi l’aveva rivenduto in un secondo momento al killer connazionale.

I due uomini intanto restano in carcere. Per il gip Giovanni Pagliuca che ha convalidato il fermo, si tratta di “personalità prive del minimo senso di civiltà e di clamorosa pericolosità” come scrive il giudice nell’ordinanza.

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