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Troppe ombre in questa vendita,
in barba alla democrazia

Lettera scritta da G. Carotti - Comitato Acqua Pubblica

Oggi a Cremona arriverà a conclusione un lungo percorso che ha manifestato, con crescente evidenza negli ultimi giorni, mancanze di assoluta gravità.
Anzitutto una fondamentale mancanza di diritto. I pubblici amministratori non hanno alcun diritto di vendere il patrimonio dei cittadini: chiaramente hanno questo diritto dal punto di vista formale (purtroppo), ma noi riteniamo che la realtà delle cose debba sempre avere la prevalenza sulla forma. Siamo di fronte a persone che si sentono molto più padroni che amministratori: un amministratore gestisce, cura, controlla, non ha il diritto di vendere. Un padrone dice: ora sono io il padrone e faccio quello che voglio, quando non sarò più il padrone qualcun altro mi sostituirà e farà ciò che vorrà.
Poi una penosa e inquietante mancanza di democrazia. Il percorso scelto (scelto in quanto frutto di una precisa scelta politica), durato quasi un anno, ha di fatto tagliato fuori fino all’ultimo minuto non solo la cittadinanza, ma persino i legittimi rappresentanti politici. Gli uni e gli altri hanno avuto in mano i documenti ufficiali relativi a questa vendita epocale solo a pochi giorni dalle decisioni finali, in alcuni casi a poche ore. Ci è stato obiettato che “di questa vendita si sa da mesi”; questa non è una obiezione ma una colossale e squallida ipocrisia: quando si tratta di questioni di questo rilievo, una (peraltro sempre vaghissima, infatti spesso errata) notizia giornalistica non può in alcun modo sostituire la notizia ufficiale. Il primo è giornalismo, il secondo è informazione, sulla quale sola si può costruire partecipazione. Ma in questo percorso se l’informazione è stata ridicolmente tardiva, la partecipazione è stata totalmente assente ed anzi attentamente evitata. Altra obiezione avanzata è stata che ci sono delle leggi che stabiliscono la riservatezza di una procedura di vendita a un soggetto privato, tanto più quando è coinvolta una azienda quotata in Borsa. Vero, ma un buon amministratore se si trova di fronte un percorso che gli impedisce di fare informazione e partecipazione su un argomento così delicato deve sentirsi moralmente in dovere di rifiutarlo. Invece in questo caso si è stati ben contenti di poter avere la scusa di fare tutto in gran segreto: 10 mesi di segretezza che sarebbero potuti essere 10 mesi di partecipazione. Questi sono gli effetti devastanti del mercato sulla democrazia: un mercato che entra nelle teste delle persone e le condiziona a vedere la realtà attraverso i propri “valori” e le proprie norme.
Riteniamo pure estremamente carenti le presunte valide ragioni addotte per vendere: ci sarebbe piaciuto poter interloquire ed esaminare con calma questioni come il reale indebitamento di AEM legato ai servizi in oggetto, lo stesso per LGH. Noi come proprietari di quelle aziende chiediamo: quanto quegli indebitamenti sono stati volutamente lasciati crescere fino a diventare (pare) così pesanti? Quanti dei soldi ottenuti con i bond di LGH giacciono tuttora non utilizzati nelle disponibilità di LGH? Noi proprietari avremmo come prima cosa disposto un audit ufficiale ed indipendente del debito di entrambe le società, attribuendo eventualmente agli amministratori pro tempore la responsabilità giuridica oltre che politica della formazione di quei debiti.
Duole poi registrare una mancanza di correttezza politica nel modo in cui questa operazione è stata presentata: dietro il paravento della partnership sembra ormai evidente profilarsi una vendita vera e propria, schietta, primo passo senza ritorno che porterà tra tre anni alla scomparsa di LGH e/o alla totale acquisizione del restante 49% da parte di A2A. Tutti gli atti fondamentali, disponibili pubblicamente solo dall’altro ieri (48 ore!), delineano nettamente una vendita di azioni (oltre tutto, del pacchetto di maggioranza assoluta). Così le prime righe dell’offerta (“offerta vincolante per l’acquisizione di una quota di maggioranza della società”, poi più volte ribadita come “acquisizione” a fronte della “cessione” da parte di LGH), così la relazione di KPMG (nelle prime righe: “possibile operazione di acquisizione”), così la relazione di Mediobanca (“il prezzo per l’acquisto del 51% di LGH”), così il parere Bonelli (“acquisto da parte di A2A di una partecipazione pari al 51% di LGH”), così il parere Scoca (“alienazione del 51% delle rispettive partecipazioni in LGH ad A2A”). Che la strada sia senza uscita è apparso chiaro qualche giorno prima, al momento della presentazione delle slides in ufficio di presidenza: le due prime opzioni vedono LGH o rimanere legata in perpetuo a questo giogo o scomparire (tramite fusione); le restanti tre non sono tra loro equivalenti, perché la prima (l’acquisto da parte di A2A del restante 49%) ha la precedenza sulle altre. Quindi, riassumendo, LGH non potrà più uscire da questo vicolo cieco se non lo vorrà A2A; e se A2A vorrà portare a termine il pasto, LGH non potrà farci nulla.
Il vero scopo di questa cessione totale di futuro e di patrimonio è uno e uno solo, molto più politico di quanto non si voglia riconoscere: la formazione di una enorme aggregazione aziendale (già progetto formigoniano) che azzererà la concorrenza reale dei servizi sul territorio dell’intera Regione Lombardia (e avrà il monopolio indiscusso delle scelte per esempio su riciclo/incenerimento), beneficiando dell’enorme liquidità assicurata dalle bollette, nonché (grazie alla legge 190 del 2014, finanziaria 2015) anche di finanziamenti statali (che arriveranno ad A2A, non ad LGH).
Indifferenti sono i nostri entusiasti amministratori al possibile verificarsi di un qualunque tipo di problema con i servizi assicurati da A2A (travestita da LGH): tanto indifferenti da far pensare che i “guai” ripetutamente avvenuti negli scorsi inverni, con valanghe di distacchi a povera gente incapace di pagare le bollette, episodi che determinano sempre un fastidioso danno di immagine, oggi spingano quegli amministratori a scaricare colpevolmente la colpa (si perdoni il gioco di parole) su un’azienda ben lontana. Così quando qualcuno protesterà si potranno allargare tristemente le braccia e consigliare i dimostranti di dividersi in due gruppetti e farsi una gita a Milano e a Brescia (e buon viaggio con Trenord): perché, si potrà dire, ora Cremona non pesa più nulla, non conta più nulla, non può più decidere nulla, avendo in mano (a spanna) un ridicolo 0,50% di azioni di A2A.
Anche sorvolando sulla bizzarra teoria (avanzata da alcuni) che A2A sia una azienda “pubblica”, occorre ricordare che più volte negli ultimi mesi i sindaci di Milano e Brescia hanno annunciato la volontà di scendere al di sotto del controllo del pacchetto di maggioranza; si aggiunga (per chi si illude che questa condizione di “satelliti” degli amici sia perpetua) che A2A ha spiegato chiaramente che tra tre anni anche A2A “non sarà più quella di oggi”. Non dimentichiamoci poi che i sindaci cambiano.
LGH si esporrà poi, grazie a questa vendita, a tutti i rischi derivanti dai possibili esiti infausti delle condizioni finanziarie di A2A (che a detta di alcuni possono destare più di una preoccupazione) così come delle fluttuazioni di Borsa; sempre che A2A non riesca a raggiungere nel frattempo dimensioni tali da divenire “too big to fail” (troppo grande per fallire); ma questo, che indossati i paraocchi della finanza può essere considerato una fortuna e una garanzia, è nella realtà un enorme problema di democrazia sostanziale.
Infine, la ridicola e fuorviante “guerra dei pareri” legali cui si è assistito nelle ultime settimane si conclude con un non-parere di cui i consiglieri comunali è bene siano profondamente consci: le considerazioni finali del parere Scoca non attestano che il percorso seguito è corretto, tutt’altro. Attestano che in realtà si sarebbe dovuta fare una gara, spiegano che in tutta teoria questo contorto percorso potrebbe essere corretto e legittimo (il legale si guarda, giustamente, bene dall’assumersi la responsabilità di attestarlo: l’uso del condizionale è pervasivo in quelle che dovrebbero essere conclusioni “pro veritate”); l’unica cosa che quel parere dice chiaramente (e lì usa l’indicativo) è che la responsabilità di attestare la correttezza giuridica degli atti e quindi del percorso complessivo viene assunta direttamente dai cda delle aziende, dai sindaci e dai consiglieri comunali che votano, proprio tramite l’espressione del voto; inoltre specifica chiaramente che il percorso si sarebbe dovuto svolgere in tutt’altro modo, cioè con una prima fase di assunzione di atti di indirizzo, una discussione, una decisione finale, tutte portate avanti essenzialmente nel luogo principe della democrazia formale, il consiglio comunale. Nulla di tutto ciò è stato fatto in questi mesi a Cremona: anzi, un cittadino attento ai fatti della politica è stato tratto in inganno dall’approvazione proprio in consiglio, questa primavera, di un atto di indirizzo che parlava di aumento del controllo del Comune sulle proprie aziende. Come ciò si realizzi vendendo le aziende ad altri è un mistero della logica (o forse semplicemente un tradimento). A propria maggior tutela (e a tutto rischio degli incauti venditori) A2A nella propria offerta specifica poi che la correttezza della procedura è e deve essere una preoccupazione della controparte.
Come se tutto questo non bastasse, con questo voto si attesterà ufficialmente l’esautoramento dei consigli comunali dal loro ruolo di decisori fondamentali sull’esito finale di questa “partnership-farsa”, perché è scritto nero su bianco che il voto favorevole dato oggi, al momento della vendita di questo primo 51%, fa scattare automaticamente anche una delega ai cda delle aziende che costituiscono LGH a prendere la decisione finale (decorsi i fatidici tre anni). Saranno i cda dunque e non i consigli comunali a gestire l’eventuale rinnovo dell’accordo, oppure la fusione definitiva, o a chinare la testa di fronte alla volontà unilaterale di A2A di mangiarsi anche il restante 49% delle azioni.
Stiamo assistendo ad una degradante prova di incapacità politica e di mancanza totale di coscienza democratica.
Crediamo che ogni consigliere comunale sia di fronte a una scelta ormai dualistica: tra fare un errore sicuro o lasciare aperte le prospettive per una revisione del percorso e delle scelte.
Votando no, oltre ad autotutelarsi per gli evidenti rischi di illegittimità insiti in tutto il percorso, non pregiudicherà nulla ma semplicemente toglierà il collo della città di Cremona dalla ghigliottina sulla quale degli amministratori irresponsabili l’hanno oggi messo. Votando no metterà finalmente la cittadinanza e il consiglio comunale nelle condizioni di fare una scelta oculata e ragionata, con i tempi che sono necessari al confronto democratico su una questione da cui dipende così direttamente la dignità e la quotidianità di ogni famiglia.
Per tutte queste valide ragioni chiediamo oggi pomeriggio un voto negativo alla proposta di vendita di LGH.

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