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Non erano mazzette, ma
denaro per consulenze,
assolti dalla concussione

Marito e moglie di Pandino, lui consulente, lei responsabile dell’area finanziaria delle attività economiche del Comune, assolti dall’accusa di concussione. Per un secondo episodio, i giudici hanno riqualificato il reato in corruzione, ma è estinto per prescrizione.
Gli avvocati Invernizzi e Simone

Gli avvocati Invernizzi e Simone

Non erano mazzette, ma denaro per consulenze. Lo ha stabilito il collegio presieduto dal giudice Pio Massa con a latere i colleghi Francesco Beraglia e Christian Colombo, assolvendo, “perché il fatto non sussiste”, Claudia Piera Fagioli, responsabile dell’area finanziaria delle attività economiche del Comune di Pandino, e il marito Germano Giuseppe Regazzi, consulente tributario, entrambi accusati di concussione. L’accusa, per loro, era quella di aver chiesto mazzette per complessivi 70.000 euro a due commercianti per concedere, in tempi brevi e senza problemi, licenze commerciali e il cambio di destinazione d’uso di un immobile passato da artigianale a commerciale.

Due gli episodi contestati ai due coniugi, fatti accaduti tra il gennaio del 2006 e il marzo del 2008. Nel primo caso, gli imputati sono stati assolti dall’accusa di concussione, mentre nel secondo i giudici hanno riqualificato il reato da concussione a corruzione, ma lo hanno dichiarato estinto per intervenuta prescrizione. Per entrambi gli episodi, il pm Laura Patelli aveva chiesto l’assoluzione. “Rapporti non limpidi”, secondo la procura, che però nello stesso tempo ha sostenuto la mancanza della prova dell’induzione alla concussione.

Il primo episodio contestato, quello per il quale i giudici hanno emesso sentenza di assoluzione, riguardava un cliente di Regazzi, Carmine Pettinato, che secondo l’accusa si sarebbe rivolto al consulente per sapere come avrebbe potuto far fruttare al meglio un immobile acquistato all’asta giudiziaria del tribunale di Crema per 234mila euro dalla LO.GI.L srl con sede a Rivolta d’Adda attiva nel campo della ristorazione il cui amministratore unico era Mara Morselli, la moglie dell’imprenditore. Il consulente avrebbe proposto al cliente di trasformare l’immobile in un locale pubblico, “garantendogli, con la complicità della moglie, la licenza di esercizio per la somministrazione di alimenti e bevande e il cambio di destinazione d’uso dell’immobile da artigianale a commerciale”, facendo così salire il valore dello stabile fino a un milione e 200mila euro. Tutto questo in cambio di una tangente da 50mila euro. Il 16 febbraio del 2006, il Comune di Pandino, tramite la Fagioli, aveva rilasciato alla LO.GI.L l’autorizzazione. Per i giudici, quel denaro era solo frutto di consulenze.

Nel secondo episodio contestato, invece, il commercialista avrebbe proposto ad un conoscente, Giovanni Esposito, che voleva aprire un locale con un socio, la concessione di una licenza per la somministrazione di alimenti e bevande “già disponibile presso il Comune di Pandino”. Tutto per 30mila euro. All’inizio l’uomo si era presentato in Comune per avere notizie in merito al rilascio della licenza. Avrebbe parlato con la responsabile Fagioli, la quale gli avrebbe detto che in Comune era disponibile una licenza e che per ottenerla avrebbe dovuto parlare prima con suo marito. Dopo essersi consultati con le proprie mogli, i due soci avrebbero accettato la proposta e versato i 30mila euro nello studio del commercialista. Il 9 novembre del 2006 il Comune di Pandino, a firma della Fagioli, aveva rilasciato al “Bar Tavola Calda La divina”, snc che come amministratori aveva le mogli dei sue soci, l’autorizzazione per la somministrazione al pubblico di alimenti e bevande.

Nel processo, il comune di Pandino era una delle parti civili insieme a Carmine Pettinato, la moglie Mara Morselli, Giovanni Esposito e la moglie Marzia Mariconti. “L’amministrazione”, ha detto il legale del Comune, “ha ricoperto un ruolo scomodo: da un lato i rapporti sono sempre stati buoni e cordiali con la dipendente, mentre dall’altro c’è il ruolo istituzionale che il Comune rappresenta, ruolo che ha doveri morali e giuridici nei confronti della cittadinanza”. “Un atto dovuto”, dunque, quello di costituirsi parte civile, “e non un intento persecutorio”. Il legale ha poi ricordato il clamore suscitato dalla vicenda quando era uscita su tutti i giornali locali. “Tutti i baristi”, ha ricordato l’avvocato, “erano andati a lamentarsi per il rilascio di queste licenze. Per il Comune è stato un danno di immagine”.

La difesa era invece rappresentata dagli avvocati Marco Simone, Massimiliano Invernizzi, Vincenzo Coppola e Ippolita Riva. Nelle loro arringhe, i legali hanno sottolineato le molte incongruenze e contraddizioni nelle dichiarazioni accusatorie di Carmine Pettinato. Secondo la difesa, una vendetta nei confronti di Regazzi, reo di aver fatto fallire la società che il consulente gestiva per conto dell’imprenditore.

La motivazione della sentenza sarà depositata entro 90 giorni.

Sara Pizzorni

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