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Tamoil, l'appello: oggi il verdetto: i cinque manager rischiano fino ad otto anni

Sarà pronunciata oggi la sentenza bis del processo d’appello nei confronti dei cinque manager della raffineria Tamoil accusati dal procuratore generale Manuela Fasolato di avvelenamento delle acque in concorso con il disastro ambientale doloso.

Sarà pronunciata oggi la sentenza bis del processo d’appello nei confronti dei cinque manager della raffineria Tamoil accusati dal procuratore generale Manuela Fasolato di avvelenamento delle acque in concorso con il disastro ambientale doloso. A decidere sarà la corte d’assise d’appello di Brescia, presieduta dal giudice Enrico Fischetti e composta dal giudice relatore Massimo Vacchiano e da sei giudici popolari.

L’accusa ha chiesto per Enrico Gilberti otto anni e quattro mesi, per Giuliano Guerrino Billi sette anni e quattro mesi, per Pierluigi Colombo e Saleh Abulaiha sette anni e due mesi ciascuno e per Ness Yammine sette anni e un mese. Tutti sono processati con il rito abbreviato, che dà diritto allo sconto di un terzo della pena. Il 18 luglio del 2014, in primo grado, il giudice Guido Salvini aveva condannato Gilberti e Billi rispettivamente a sei e a tre anni per disastro doloso, mentre Saleh Abulaiha e Colombo ad un anno ed otto mesi ciascuno per il reato di disastro colposo. Yammine, invece, era stato assolto. I manager erano accusati di aver inquinato la falda acquifera causata dalla rete fognaria gruviera.
Per le canottieri, il giudice Salvini aveva disposto il risarcimento da quantificarsi in un separato processo civile ma per tutti aveva riconosciuto una provvisionale immediatamente esecutiva di 10mila euro per i singoli soci delle canottieri (8mila per i nuclei familiari), 40mila euro per Legambiente e 50mila euro per il Dopolavoro ferroviario. Risarcimento di un milione di euro a titolo di provvisionale per il Comune di Cremona, rappresentato in primo grado dal cittadino Gino Ruggeri, responsabile dell’associazione radicale Piergiorgio Welby. Questa volta in appello a costituirsi parte civile è stato il Comune stesso.

Nell’aprile del 2015 la procura generale della corte d’appello aveva impugnato la sentenza di primo grado, chiedendo la condanna per tutti gli imputati per il reato più grave di avvelenamento delle acque con il concorso del reato di disastro doloso ambientale. Pr il pg di Brescia, che si trattasse di un vero e proprio disastro ambientale e di un vero e proprio avvelenamento delle acque “emerge in maniera evidentissima se solo si considerano la quantità e la qualità di sostanze nocive classificate cancerogene immesse nel terreno, negli acquiferi e nelle falde dalla Tamoil, la pluralità di tali immissioni nel tempo e le modalità delle stesse, il conseguente degrado della salubrità dell’ambiente, la potenzialità di tale inquinamento ad intaccare pesantemente la salute delle popolazioni che potevano avere accesso all’acqua così inquinata, sia per uso umano che per uso irriguo”. Del grave inquinamento causato dalla rete fognaria, sempre secondo il pg di Brescia, erano a conoscenza tutti i manager, i quali, negli anni, anche ereditando le cariche, non hanno fatto nulla per impedirlo.

Oggi i giudici dovranno decidere se condannare gli imputati per il reato più grave di avvelenamento delle acque, oppure se confermare le condanne di primo grado, o assolvere.

A processo, le parti civili (i soci delle società canottieri Bissolati e Flora, Legambiente e Dopolavoro ferroviario) sono rappresentate dagli avvocati Gian Pietro Gennari, Marcello Lattari, Annalisa Beretta, Vito Castelli, Claudio Tampelli e Sergio Cannavò, mentre l’amministrazione comunale dall’avvocato Alessio Romanelli.

Gli imputati Enrico Gilberti, Giuliano Guerrino Billi e Pierluigi Colombo sono assistiti dall’avvocato Carlo Melzi d’Eril (con il collega Riccardo Villata nella difesa di Gilberti), Mohamed Saleh Abulaiha dall’avvocato Simone Lonati e Ness Yammine dal legale Giacomo Lunghini.

Sara Pizzorni

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