Commenta

Morta per shock settico, il
perito: 'Ritardi, ma nessuna
certezza su colpa dei medici'

“Anche anticipando la diagnosi, non vi è alcuna certezza che l’andamento clinico sarebbe stato sostanzialmente differente. In una parola, che il decesso non sarebbe intervenuto”. Sono le conclusioni alle quali è arrivato il perito incaricato dal gup Pierpaolo Beluzzi di valutare l’operato di tre chirurghi dell’ospedale di Cremona accusati di omicidio colposo per la morte di Maria, 71 anni, cremonese, deceduta il 19 ottobre del 2014 per shock settico da peritonite dopo essere stata sottoposta ad un intervento di colecistectomia in laparoscopia. Il dottor Antonio Osculati, dell’Istituto di medicina legale di Pavia, ha sì ammesso che ci sono stati dei ritardi, ma nello stesso tempo ha sostenuto che non è possibile stabilire con certezza la responsabilità degli imputati.

Secondo l’accusa, i tre medici, durante l’intervento in laparo, avrebbero effettuato “un’incauta introduzione del trocar, bucando l’ansa intestinale, causando una lesione di 2 cm con un conseguente massiccio versamento intestinale nell’addome, responsabile della peritonite, e quindi della morte della paziente”.

Il 18 settembre del 2014, Maria, così come programmato, era stata ricoverata nel reparto di Chirurgia dell’ospedale e sottoposta all’intervento. Il giorno dopo, però, la paziente aveva accusato dolori addominali, tanto che alla sera le era stata fatta una Tac d’urgenza. L’esame aveva evidenziato delle complicanze con presenza di liquido proveniente dal punto in cui era stato rimosso il catetere, sangue, aria in addome e un esteso enfisema sottocutaneo a livello del quadrante addominale. I risultati della Tac erano stati visionati solo il 22 settembre successivo. Il giorno dopo la diagnosi: peritonite diffusa da perforazione. A quel punto la paziente, sottoposta ad interventi di pulizia del drenaggio, era stata ricoverata nel reparto di Terapia Intensiva e Rianimazione “in condizioni di criticità assoluta”, come si legge nell’atto di costituzione di parte civile. Il 19 ottobre il decesso.

Per l’accusa, i medici, effettuando sulla paziente l’intervento in laparo, nonostante la presenza di controindicazioni, quali la presenza di aderenze intraperitoneali, non avrebbero valutato durante l’intervento “la necessità di convertire tempestivamente l’operazione alla tecnica open, o laparotomia, in modo da avere una visione diretta e la possibilità di usufruire sia della visione tridimensionale dell’occhio umano, sia degli strumenti classici, ciò al fine di proteggere la paziente da lesioni intraoperatorie”.

Secondo il dottor Osculati, invece, l’intervento chirurgico effettuato dagli imputati “è da ritenersi corretto, così come corretta risulta essere stata la tecnica chirurgica utilizzata”. Secondo il perito del giudice, inoltre, “non è possibile stabilire con certezza in quale momento dell’atto operatorio si produsse la soluzione di continuo della parete di un’ansa intestinale”. Per quanto riguarda invece il post operatorio, il perito ha ammesso che “non vi fu una corretta interpretazione dei rilievi segnalati dal radiologo che avrebbero dovuto far ipotizzare, già il 19 settembre, una complicanza perforativa dell’intervento eseguito il giorno precedente”. “Ciò”, ha sostenuto Osculati, “generò un ritardo della diagnosi, e conseguentemente del trattamento della complicanza perforativa che comportò l’insorgenza di un quadro peritonitico, la necessità di ulteriori plurimi trattamenti chirurgici e la secondaria insorgenza di un quadro di insufficienza multi organo che condusse la paziente al decesso”. Se il perito ha ammesso i ritardi, ha però anche precisato che “anche anticipando la diagnosi, non vi è alcuna certezza che l’andamento clinico sarebbe stato sostanzialmente differente. In una parola, che il decesso non sarebbe intervenuto, ovvero che si sarebbe manifestato in un momento significativamente successivo”.

“La lesione è stata provocata durante l’intervento chirurgico”, ha invece sostenuto l’avvocato Michela Soldi, parte civile per il marito di Maria, il figlio e due nipoti. “La video laparoscopia”, ha ribadito il legale, “risulta controindicata in presenza di aderenze diffuse o anche localizzate a regioni anatomiche di passaggio obbligato per svolgere la procedura”. Nei confronti degli imputati, dunque, secondo la parte civile, “è individuabile una condotta colposa per imprudenza nell’aver previsto e non evitato una lesione evitabile attraverso la conversione dell’intervento da laparoscopico a laparotomico; una condotta colposa per negligenza nell’aver ritardato il reintervento, benché le condizioni cliniche e le risultanze strumentali indicassero chiaramente l’indicazione all’intervento. Tale negligenza risulta dalla mancanza di puntualità e di dettaglio nell’annotazione in cartella degli elementi utili alle decisioni cliniche”.

I medici sono difesi dagli avvocati Luca Pederneschi, Cesare Gualazzini, Diego Munafò e Alessia Vismarra.

L’udienza è stata aggiornata al prossimo 2 ottobre per le conclusioni.

Sara Pizzorni

© Riproduzione riservata
Correlati
Commenti