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Crisi idrica: il Consorzio irrigazioni
boccia la proposta dei laghi
di cava come riserve d'acqua

Il canale Vacchelli

Non piace la proposta di Regione Lombardia di destinare i laghi di cava presenti sul territorio (129 quelli censiti da Coldiretti in provincia di Cremona) a riserve idriche per i periodi di siccità invernali. Un duro attacco al progetto di legge che giace in Regione Lombardia (Pdl 361: “Nuove norme per la mitigazione degli effetti delle crisi idriche sul settore agricolo”), molto caldeggiato da Coldiretti, viene dal Consorzio Irrigazioni Cremonesi, l’ente che gestisce il canale Vacchelli e una rete di distribuzione di acqua per l’irrigazione estesa su 261 km, attraverso derivazioni dai fiumi Adda e Oglio. Sull’ultimo notiziario del Consorzio, diretto da Stefano Loffi, viene decisamente affossata la proposta lanciata dal presidente di Coldiretti Lombardia Ettore Prandini all’inizio della stagione estiva, lo scorso giugno, quando già appariva chiaro che la siccità sarebbe stata anche quest’anno un problema per i campi. “Se già sfruttiamo i giacimenti sotterranei dismessi per stoccare le riserve strategiche di gas e petrolio – aveva dichiarato Prandini – non vedo perché, scegliendo solo quelle più adatte dal punto di vista geologico e ambientale, non possiamo creare una rete simile di riserve idriche con una piccola parte delle cave ormai esaurite”.

La prima obiezione riguarda il conteggio di questi laghi di cava che secondo le stime conterrebbero complessivamente 90 milioni di mc d’acqua. Ma sui numeri c’è poca chiarezza, sostiene il Consorzio irrigazioni, infatti “nel 2005 la Regione ne ha contati 734; oggi si pubblica che siano 2.891: uno dei due numeri non può essere corretto, speriamo il secondo”.

“Un lago di cava – continua l’intervento del CIC – è  un artificiale buco nella campagna’ pieno d’acqua ‘dal di sotto’, per l’emersione (meglio dire: lo scopertura) della falda freatica, in precedenza sotterranea e protetta. L’acqua presente nel lago di cava non è ‘acqua in più’, che possa integrare la stagionale mancanza, ma è la stessa acqua dello stesso territorio, strettamente connessa alle falde, ai fiumi, ai fontanili. Il pensare di estrarla equivale ad emungere acqua da un gigantesco pozzo, sottraendo ancor più acqua a quelle stesse falde, fiumi, fontanili! Considerato che le falde lombarde già soffrono per l’eccessivo prelievo, quegli immaginati novanta milioni di metri cubi sarebbero semplicemente tolti a qualcuno, già in deficit cronico.

“Ma chi sostiene l’idea – si legge ancora –  ha già ‘messo le mani avanti’, conscio del problema che qui abbiamo evidenziato e che non può non essere conosciuto. L’Assessore regionale competente, il 12 luglio, chiarisce: “Le risorse economiche sono stimate … in media in 4 ÷ 5 milioni di Euro per lago di cava”. Quattro o cinque milioni di Euro ogni lago di cava? Quanti laghi di cava ci vogliono per racimolare 90 milioni di metri cubi? Quanto verrà a costare ogni ‘nuovo’ metro cubo? Non è forse meglio spendere così tanti soldi per la maggiore efficienza dell’irrigazione? Quattro o cinque milioni di Euro per lago di cava vogliono dire una sola cosa: impermeabilizzazione.  Oggi nei laghi di cava – che restano sempre e comunque un disastro ambientale ad effetto di lungo termine – abbondano le società di pesca sportiva e/o di svago, perché appaiono quali specchi di un’acqua fresca e trasparente, cioè gradevole alla vista ed ai pesci, perché in essi l’acqua di falda scorre continuamente, lentamente ma scorre sempre. Renderli impermeabili, come pare essere l’idea, per farne serbatoi per le irrigazioni estive – a prescindere dai gravi problemi di sottopressione idraulica – l’acqua diverrebbe semplicemente stagnante tutto l’anno, soprattutto d’estate, con ogni evidente conseguenza negativa”.

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