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Caso Apic, per Feroldi
l'appello conferma i 3 anni
e 6 mesi per peculato

Nella foto, Franco Feroldi (a destra) e il suo avvocato Massimiliano Cortellazzi

Caso Apic, oggi i giudici della corte d’appello di Brescia hanno confermato la sentenza di condanna emessa in primo grado il primo luglio del 2014 a Cremona nei confronti di Franco Feroldi, all’epoca dei fatti coordinatore e dirigente del settore cultura Apic, ex braccio culturale dell’amministrazione provinciale travolto da un debito accertato di tre milioni di euro verso fornitori e creditori, e di altri tre milioni di crediti inesigibili. Per l’imputato, difeso dall’avvocato Massimiliano Cortellazzi, l’appello ha confermato la sentenza di tre anni e sei mesi per il reato di peculato e il risarcimento del danno con 10mila euro di provvisionale. Anche in appello l’avvocato Isabella Cantalupo era parte civile per Apic, che ha cessato la sua attività nel 2009. La motivazione della sentenza sarà depositata entro 90 giorni. “Ricorreremo in Cassazione”, ha fatto sapere il difensore, che si è detto “stupito che non sia stata vista la massiccia produzione di tre faldoni con 200 documenti come pezza giustificativa delle spese sostenute, la prova delle destinazioni di quei denari che il mio cliente non si è mai intascato, ma che sono stati spesi per Apic. C’era tutta la documentazione a provare la nostra tesi”.

La procura accusava Feroldi di essersi intascato, tra il 2005 e il 2007, 168.334 euro, denaro ricavato dal 50 per cento dei biglietti relativi al museo civico e alla sala dei violini in base ad una convenzione secondo la quale metà dell’incasso andava all’Apic e l’altra metà al Comune.”L’associazione”, aveva  detto il pm di primo grado Laura Patelli, “era materialmente gestita da Feroldi. Era lui, di fatto, a svolgere le funzioni di tesoriere”. Per il pm, la prima somma di 159.635 euro della vendita dei biglietti riferita al 2005 e al 2006 “è sparita. Non è stata versata nè nei conti correnti Apic, nè contabilizzata”. Secondo l’accusa, il ragionier Stefano Sentati, il tesoriere, “teneva la contabilità in base a quanto gli veniva comunicato da Feroldi”. Per la Patelli, “altro non si può dedurre che la somma sia stata presa da Feroldi”. Poi c’è il capitolo relativo alla somma del 2007: 61.495 euro, di cui 52.796 euro restituiti e 8.699 mancanti per la quota da destinare al Comune. Per il pm, sulla gestione dell’Apic da parte dell’imputato, “era lui il tesoriere di fatto: faceva ordini, creava bonifici e da questa confusione è emersa la difficoltà di ricostruire tutte le somme”.

“Inequivoco”, anche per l’avvocato Cantalupo, “il ruolo di fatto esercitato da Feroldi: aveva ogni potere di gestione del denaro di Apic. L’imputato era un incaricato di pubblico servizio in un’associazione con natura pubblicistica. Lui aveva la piena disponibilità di quei denari”.

Da parte sua, la difesa ha sempre ribadito che “Feroldi ha agito su impulso dei suoi superiori. Non c’è stato alcun utilizzo di denaro se non per scopi istituzionali”. “L’Apic”, ha detto l’avvocato Cortellazzi, “doveva essere una macchina da guerra con la missione di portare Cremona nel mondo. Ma una portaerei come l’Apic richiede una catena di comando ben assortita. C’era un presidente con un ruolo di assoluta centralità”. Dunque, per il legale, “la figura di Feroldi va ridimensionata a quella dello scrivano tuttofare di Dickens. Feroldi era un mero esecutore degli ordini, il suo ruolo era meramente operativo. Il suo lavoro prima è stato sfruttato, e poi utilizzato come parafulmine. Feroldi non si è appropriato di nulla, non esiste prova che sul suo conto siano arrivati quei soldi”. Se Feroldi ha fatto degli errori? “Può darsi”, secondo l’avvocato, “ma non è stato capace di dire di no a chi pretendeva il suo impegno. Con l’esposto dell’ex presidente della Provincia Giuseppe Torchio si è voluto gettare fumo negli occhi della gente, facendo credere che Feroldi fosse l’Apic e l’Apic fosse Feroldi. E’ stato vittima dell’arroganza di chi ha voluto salvare se stesso”.

Sara Pizzorni

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