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Ritorno allo Zini per
il profugo ebreo
polacco Sidney Zoltak

Gualazzi, Varicelli, Trovati, Riva, Bacchini, Zanini, Diotallevi, Paulinch, Guarneri, Barera, Bibi Vivolo. Ricorda benissimo quella formazione del 1947 della Unione Sportiva Cremonese, Sidney Zoltak, ebreo polacco sfuggito alla deportazione a Treblinka nel 1943, che martedì prossimo, in occasione della partita con il Frosinone, sarà in tribuna alla stadio Zini di Cremona ospite della società grigiorossa. Ottantasette anni ben portati, Zoltak arriverà da Montreal, in Canada, dove andò con la mamma nel 1948 dopo il terrore del nazismo e anche l’antisemitismo della Polonia comunista. Una visita alla tomba del papà, un passaggio agli ex conventi che nel dopoguerra ospitarono più di quattromila ebrei scampati ai campi di sterminio e poi allo stadio per tornare a vedere, dopo settant’anni, quella Cremonese che la domenica andava a vedere con il papà in libera uscita dal campo profughi di via Bissolati. Poter assistere a una partita voleva dire riassaporare di nuovo la libertà. E in quella Cremonese giocavano anche Diotallevi, di origine ebrea, e quell’Ottorino Paulinich sopravvissuto con il fratello Claudio, proprio grazie all’abilità nel giocare a calcio, al campo di sterminio di Dachau (numero di matricola 128265).

E da allora alla Cremonese e al calcio italiano, Sidney Zoltak è sempre stato legato. In Canada ha sempre comprato “La Gazzetta dello Sport” per restare aggiornato sul calcio italiano e sui grigiorossi imparando così anche la lingua italiana.

“I miei amici non ci sono più, i miei parenti non ci sono più, i miei compagni non ci sono più. Io sono rimasto l’unico testimone e continuerò a raccontare cosa è stato il razzismo e l’antisemitismo”, dice Zoltak. Nasce in un paese della Polonia, Siemiatycze, da una famiglia ebrea. Poi l’invasione tedesca, il ghetto, la persecuzione razziale, le prime deportazioni. L’incubo delle partenze su quei treni verso Auschwitz o Treblinka. Gli Zoltak decidono di scappare nascondendosi nei boschi polacchi, la fuga, la fame e la fortuna di trovare una famiglia cattolica polacca che li nasconde per un anno nel fienile. Fino all’estate del ’44 quando i russi entrano in Polonia. Alla fine della guerra il nazismo era sconfitto ma l’antisemitismo no. Tornarono a Siemiatycze, il loro paese, che contava prima della guerra ben settemila ebrei polacchi. Tutti finirono a Treblinka e solo una settantina erano riusciti a sopravvivere. Per la famiglia Zoltak cominciò una nuova fuga: Slovacchia, Ungheria, Romania e infine l’Italia nei Displaced Persons Camp di Bologna, Padova e finalmente Cremona, nell’ex monastero del Corpus Domini. “A Cremona la gente ci ha accolto con calore. Nel campo ho ricominciato a vivere. Ho ripreso a studiare, a fare sport e a seguire la Cremonese. Sono rimasto due anni con il sogno di andare in Palestina. Poi la morte improvvisa di mio padre ci costrinse a cambiare i nostri piani. Partimmo per il Canada dove vivo tutt’ora”. Lo scorso anno Zoltak tornò per la prima volta – grazie all’amicizia con l’architetto Angelo Garioni studioso di storia locale – per rivedere il campo di accoglienza negli ex monasteri. Questa volta sarà in Italia per una visita veloce: prima alla tomba del padre poi allo Zini per rivedere la “sua” Cremonese in quello stadio che per lui ha significato libertà e dove da due anni è stata apposta una lapide a ricordo di Vittorio Staccione, giocatore della Cremonese morto a Mauthausen nel 1945.

 

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