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Indennità e vitalizi dei
parlamentari: una posizione
controcorrente

Buona parte della recente campagna elettorale è stata dedicata ai costi della politica, che molti ritengono esagerati, soprattutto per quanto riguarda le indennità pagate ai parlamentari ed i vitalizi di cui godono gli ex parlamentari.

In proposito si è detto che il Parlamento italiano è il più numeroso del mondo. Questo è un mito da sfatare subito. In Italia ci sono 630 deputati e 315 senatori. Nel Regno Unito la Camera dei Comuni è composta da 650 membri e la Camera dei Lord da 755. Il Bundestag tedesco conta 709 membri. In Francia l’Assemblea Nazionale si compone di 577 membri ed il Senato di 336. La composizione del Parlamento italiano è quindi in linea con la dimensione dei Parlamenti dei più importanti Stati europei e del Parlamento europeo (751 membri). Il paragone, che molti fanno, con il Congresso degli Stati Uniti (Camera dei rappresentanti composta da 435 membri e Senato che ne conta 100) non è proponibile. Gli Stati Uniti, infatti, sono uno Stato federale e, per avere un dato complessivo, occorrerebbe aggiungere, ai 435 rappresentanti ed ai 100 senatori, i membri delle assemblee parlamentari di tutti i 50 Stati dell’Unione.

Il Parlamento più numeroso del mondo è quello cinese: l’Assemblea Nazionale del Popolo, infatti, conta ben 2987 membri, ma si tratta di un Parlamento privo di poteri effettivi, essendo questi concentrati nel Comitato centrale del Partito Comunista.

E’ anche da sfatare il mito secondo cui il costo delle Assemblee parlamentari inciderebbe pesantemente sulla spesa pubblica. Se anche il costo complessivo del funzionamento del Parlamento fosse ridotto della metà (il che appare del tutto inverosimile), l’incidenza sul debito pubblico sarebbe pari ad 1/1600.

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Ma l’argomento che più ha suscitato polemiche non è quello del numero dei parlamentari. Le invettive più furibonde (internet e soprattutto facebook hanno dato la parola a tutti, senza limiti, né di spazio né di linguaggio)che si sono sentite durante la campagna elettorale sono riferite ai compensi percepiti dai parlamentari, sia durante il mandato che successivamente, volgarmente definiti stipendi e pensioni.

Un tempo i parlamentari non venivano pagati. L’articolo 50 dello Statuto albertino, infatti, così disponeva: “Le funzioni di Senatore e Deputato non danno luogo ad alcuna retribuzione o indennità”.

Si diceva che servire la Patria come parlamentare era un onore così grande, che sarebbe stato sminuito da qualsiasi forma di compenso.

L’effetto pratico di tale norma fu quello di riservare la carica di deputato o senatore al solo ceto dei possidenti.

Solo la legge che introdusse il suffragio universale maschile (Legge 30 giugno 1912, n. 655) introdusse una forma di rimborso delle spese per i parlamentari. Nel 1920 fu poi introdotta una vera e propria indennità.

L’articolo 69 della Costituzione del 1948 prevede, invece, che “I membri del Parlamento ricevono un’indennità stabilita dalla legge”.

L’indennità è composta da varie voci (indennità di carica, diaria, rimborso spese, contributo per un assistente parlamentare). Dal 1954, i parlamentari percepiscono, dopo l’esaurimento del loro mandato un assegno vitalizio (e cioè una pensione), mentre dal 1968 un parlamentare non rieletto percepisce una indennità di reinserimento.

Si tratta di benefici non disprezzabili, ma la cui  finalità è chiara ed evidente. Si tratta di consentire l’accesso alle cariche parlamentari a tutti i ceti sociali. Ma si tratta, soprattutto, di garantire l’indipendenza di ogni singolo parlamentare. Infatti, il parlamentare che riceve un’indennità commisurata all’importanza del ruolo ricoperto, non è ricattabile né dal suo partito né da gruppi di pressione.

Anche l’assegno vitalizio ha la medesima finalità: si tratta di liberare il parlamentare dalla necessità di essere rieletto, garantendone quindi l’indipendenza di giudizio.

L’indennità di reinserimento, che viene corrisposta al termine del mandato in caso di mancata rielezione ed il cui importo è legato alla durata del mandato, ha una finalità chiara. Soprattutto chi svolge un’attività che richiede un continuo aggiornamento (si pensi ad un medico, ad un magistrato, ad un avvocato, ad un ricercatore scientifico), dopo anni di attività parlamentare, si trova ad essere poco aggiornato per poter svolgere in modo efficace l’attività che svolgeva in precedenza.

Le indennità corrisposte ai parlamentari, soprattutto se rapportata agli stipendi medi dei lavoratori subordinati, appaiono particolarmente elevate. Ma, come si suol dire, non è tutto oro quel che luccica. Prima di tutto i parlamentari versano ai loro gruppi (e cioè ai partiti nelle cui liste sono stati eletti) una parte anche cospicua (dal venti al trenta per cento) di quanto percepiscono in virtù della carica che ricoprono. In secondo luogo, il parlamentare deve mantenere, con un tenore di vita decoroso, sè stesso e la propria famiglia nel luogo d’origine. Deve poi mantenersi a Roma, in albergo o in altra sistemazione, necessariamente in centro, dove i prezzi sono notoriamente assai elevati. Se vuole svolgere in modo efficace la propria attività, deve poter poi contare su una segretaria e su dei collaboratori, a Roma come nel collegio in cui è stato eletto. Infine, il parlamentare ha spese di rappresentanza inimmaginabili per una persona normale. In ogni luogo in cui si presenta deve apparire generoso e disponibile. Sono pronto a scommettere che quelle stesse persone che si scandalizzano per l’importo delle indennità parlamentari sono i primi, quando incontrano un parlamentare che conoscono, a considerare naturale che questi offra loro una cena o, almeno, un aperitivo.

Se si confronta, infine la situazione italiana con quella della Germania, ci si avvede che i parlamentari italiani non sono affatto dei privilegiati rispetto ai loro colleghi tedeschi. Infatti, i membri del Bundestag percepiscono un’indennità di importo non dissimile da quello degli italiani, con la differenza, però, che lo Stato si fa carico di tutte le loro spese di segreteria.

Ciononostante, se esiste, nel nostro paese, un così forte malumore nei confronti delle indennità parlamentari, una ragione deve esserci.

Probabilmente la ragione sta nello scarso spessore culturale e politico di molti parlamentari, che moltiplicano comparsate televisive infarcite di discorsi superficiali e banali, senza spesso rendersi conto di quello che dicono. Basterà citare le sciocchezze che si sono sentite e si sentono sulla legge elettorale, sulle riforme costituzionali, sull’Europa, sulle scelte economiche che si devono effettuare.

Che dire? I partiti sono responsabili della scarsa qualità dei loro candidati, ma anche gli elettori che votano questi candidati, salvo poi criticarli, hanno le loro responsabilità. Se si tende a delegittimare le istituzioni parlamentari, le cause sono quindi molteplici.

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Commenti
  • Mirko

    Bisogna prestarsi alla politica e non viverci sopra, quindi una volta finito il mandato, se non rieletti, si torna al lavoro e gli anni fatti finiscono in contributi come le persone normali, senza benefit di qualsiasi natura e genere

    • disqus_jQeGIpbFH9

      Concordo in pieno

  • Sorcio Verde

    Tanto quelli che fanno queste battaglie populiste cambieranno ben presto idea, come hanno fatto sugli indagati (vedi Raggi e Appendino e tanti altri meno in vista) o sull’uscita dall’euro (scomparsa da tutti i programmi) , o come l’ultima chicca…la cancellazione del vincolo del secondo mandato.

  • Roberto

    Per facciata, qualche politicante ogni tanto tira fuori qualche idea buona, ma poi al voto in parlamento, sia chi ha tirato fuori l’idea sia i suoi colleghi votano contro.

  • MENCIA

    faremo una colletta per loro , allora

  • Giorgia Giorgia

    Perché toccare le pensioni dei poveracci x risparmiare ???allungare gli anni x i vostri vitalizio portarli a43.togliere i senatori a vita scusate ma quanto prendono ?????è ora di finirla volete 41 anni da noi operai ma il lavoro dov’è ???? Così mi fregarete anke quei fottuti 33 che ho fatto bel giochino per la plebe ……Vergognatevi…siamo stufi