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Edoardo Bennato tra favola
e bruschi salti nel reale:
il concerto è travolgente

foto Sessa

Quasi tre ore di concerto che ha spaziato dalla musica classica al blues, concentrandosi sul genere che più di ogni altro per Edoardo Bennato ha il potere della verità, il rock ‘n roll. E’ approdato così al Ponchielli il “Pinocchio and company tour” del menestrello napoletano che nonostante i 70 anni suonati mantiene voce e presenza scenica, accompagnato dal Quartetto d’Archi Flegreo e dalla band composta da Giuseppe Scarpato (chitarre), Raffaele Lopez (tastiere), Gennaro Porcelli (chitarre), Roberto Perrone (batteria), Arduino Lopez (basso). Un inizio morbido quello che ha subito riscaldato un teatro tutto esaurito, con gli arrangiamenti per archi di classici come ‘Dotti Medici e sapienti”, ‘”In fila per tre”, “L’isola che non c’è” accolta con un’ovazione e  cori all’unisono. La prima parte si chiude con una travolgente versione di  “Cantautore”, che spiana la strada al secondo capitolo della serata e al primo intermezzo parlato: “Siamo in un Paese che non riesce a controllare nè gli eventi naturali né quelli determinati dall’uomo, con ponti che crollano e palchi che crollano. Siamo un po’ sbandati, l’unica cosa su cui non ho dubbi è la forza del rock and roll”. “Abbi dubbi”, “Sono solo canzonette”, “Il gatto e la volpe” sono le hit di questo one man show, a cui fa seguito la terza fase della serata, dominata dai suoni elettrici e a tratti metal dei brani più recenti: critica al  trumpismo in “America stop”, l’attualissima “Mangiafuoco”, versione rock dello stereotipo senza tempo del burattinaio, l’immersione dixieland della nuova  “Mastro Geppetto”, il rock puro di  “Lucignolo”. E poi l’omaggio postumo a Enzo Tortora e Mia Martini in “La calunnia è un venticello”, liberamente ispirato al Barbiere di Siviglia dell’amato Rossini e le canzoni autobiografiche di “A Napoli 55 è ‘a musica” e “Vendo Bagnoli”. E ancora la critica sociale di “Tutto sbagliato, baby” e “Pronti a salpare”, il titolo dell’album in studio del 2015, una chiamata alla responsabilità che l’occidente benestante ha il dovere di esercitare nei confronti dei  diseredati provenienti dai tanti sud del mondo.

Il finale è un travolgente inno al potere della musica, con archi, chitarre acustica ed elettriche, tastiere, percussioni e basso che si intrecciano in una elettrizzante versione del Rock di Capitan Uncino che nell’assolo scivola  in “Smoke on the water” dei Deep Purple. Potrebbe essere la degna conclusione della lunga maratona ma così non è: Bennato torna in scena per regalare a grande richiesta i due bis: “Menomale che non c’è Nerone” e “In prigione in prigione”.

29 canzoni tutte d’un fiato e continui salti tra passato e presente, tra fughe nei mondi della fantasia, allegorie e bruschi ritorni tra le ciminiere abbandonate dell’Italsider. L’Italia è oggi più collodiana che mai, ci ricorda Bennato. g.biagi

fotoservizio Sessa

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