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Internati militari cremonesi
ai tempi del nazismo:
le testimonianze

Continua l’opera di ricerca del ricercatore cremonese Marco Bragazzi che in questo caso si è concentrato sulle testimonianze degli IMI (internati militari italiani) cremonesi .Gli IMI furono una parte di cremonesi destinati ai lager, la possibilità di sopravvivenza più alta rispetto ai campi di lavoro e di sterminio era anche legata al fatto che, trattandosi di militari, erano mediamente giovani e in forze.

di Marco Bragazzi

“Yet several attempts of mine were also in favor of foreign workers in Germany. In the first place, these foreign workers and prisoners of war, through the steps which I had taken to secure the food situation, were quite obviously cobeneficiaries of my work during the last phase”. Furono le parole dell’architetto Albert Speer, Ministro degli Armamenti del Reich, pronunciate il 20 giugno 1946 durante il processo di Norimberga che lo condannò a 20 anni di reclusione come colpevole del reato di schiavitù.

Speer, abilissimo nella dialettica, fu in grado di evitare la pena capitale riservata a quasi tutti i Ministri nazisti grazie al suo “tentativo” di “rendere sicure le condizioni alimentari dei prigionieri di guerra”, ma dagli atti processuali fu colui che, pianificando il mantenimento del sistema industriale tedesco, fece lavorare in condizioni disumane milioni di persone da tutto il mondo nelle fabbriche tedesche sparse in tutta Europa.

In Italia circa 700.000 connazionali furono destinati ai lavori forzati in lager, buona parte di loro erano considerati IMI (Internati Militari Italiani) ovvero militari che, dopo l’8 settembre 1943, vennero catturati e tradotti a forza in varie industrie per mantenere la capacità bellica tedesca, tra di loro molti non fecero ritorno, altri scomparirono mentre una parte riuscì a tornare a casa. La Germania nazista, per loro, aveva coniato il termine di “Internati Militari” proprio per evitare a questi reclusi lo status di prigionieri guerra e il rispetto dei diritti dettati dalla Convenzione di Ginevra.

Nella provincia di Cremona furono in tanti destinati a divenire loro malgrado “Schiavi di Hitler” ed alcuni, nel corso degli anni, raccontarono questa parte di storia quasi dimenticata nei lager e nelle fabbriche, molti preferirono non descrivere i mesi di stenti, di fame, di lavoro forzato tra pidocchi, infezioni e punizioni corporali o mentali devastanti.

Il finanziere pizzighettonese Rinaldo Galazzi, classe 1916, racconta la sua prigionia nelle pagine dedicate agli IMI “Io sono uno dei seicentomila militari italiani internati in Germania dopo l’8 settembre 1943, che ha fatto 21 mesi di prigionia, e che ha preferito marcire tra i reticolati, morire di fame e di epidemie (infatti appena giunto a Luchenwalde è scoppiato il tifo petecchiale), lasciarsi divorare dai parassiti; poichè nessuno era immune, coi pidocchi ci si conviveva”. Tra le pagine narrate alla associazioni degli Internati Militari da questi condannati a “lavorare o morire” compaiono i nomi, ma solo i nomi perché molti preferirono non ricordare i drammi passati, di ragazzi cremonesi strappati al loro paese e obbligati a contribuire al lavoro dei loro schiavisti.

Nelle testimonianze degli internati leggono i nomi di paesi di provenienza come Pieve d’Olmi, Corte de Frati, Cingia de Botti, Gussola, Dovera, Capergnanica, alcuni raccontano di compaesani che non superarono lo strazio delle condizioni di schiavismo mentre il cremonese Antonio M. classe 1927, descrive i sabotaggi effettuati da lui e altri allo zuccherificio dove era internato; scoperto dalla Gestapo venne destinato in un allucinante “campo di rieducazione” vicino a Stettino dove avveniva una sorta di selezione naturale dei prigionieri, solo chi riusciva a sopravvivere veniva rispedito alle sue mansioni.

Il tipo di lavoro era una determinante fondamentale per la sopravvivenza degli IMI, Luigi M. di Bagnolo Cremasco classe 1925 racconta lo strazio di dover preparare le fosse comuni per gli ebrei deceduti a causa di maltrattamenti o per le condizioni di lavoro disumane del lager dove era forzato a lavorare. Spesso gli IMI non erano neanche a conoscenza del luogo in cui si trovavano, le fabbriche erano sparse in tutta Europa, Giacomo Battista C. di Dovera, nato nel 1917, era destinato al caricamento delle micidiali bombe-missili V1 e V2, l’arma che riuscì quasi a mettere in ginocchio l’Inghilterra e antenata dei moderni sistemi missilistici. Rodolfo M. di Cremona, del 1926 venne destinato al lavoro presso la fabbrica della Heinkel a Barth (dove si costruivano gli aerei da caccia), accusato di sabotaggio dalla Gestapo perchè in possesso di pezzi di legno venne spedito nel “porcile” insieme ad altri tre militari, luogo verosimilmente destinato a provocare la morte per stenti. Dopo qualche giorno la moglie del comandante della Polizia lo fece liberare e lo fece ritornare al campo, al contrario degli altri tre che non fecero più ritorno al lavoro, perchè sentiva il bisogno di parlare in italiano.

Pannini Luigi Renato, di Cremona nato nel 1924, l’8 di settembre 1943 combatte contro i tedeschi nei pressi di Piacenza, catturato alla fine del conflitto a fuoco verrà subito destinato al campo di concentramento ad Armestein e matricolato col piastrino N.45143 Stamlagher II B. La sua odissea lo porterà in varie fabbriche tedesche fino alla fine della guerra dove l’unico filo conduttore erano le devastanti condizioni di lavoro. Per quasi 700.000 soldati italiani con l’8 settembre 1943 cominciò un’altra guerra, quella della sopravvivenza allo schiavismo delle fabbriche naziste.

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