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Sottrazione corpi di reato:
via al processo per l'ex
responsabile dell’ufficio

L’otto marzo scorso i due dipendenti ‘infedeli’ del tribunale coinvolti nell’indagine sulla sottrazione di droga e armi dall’ufficio sequestri di palazzo di giustizia avevano patteggiato: Francesco Manfredi, 62 anni, ex addetto dell’ufficio corpi di reato, quattro anni e dieci mesi, mentre Attilio Valcarenghi, 59 anni, ex addetto alla cancelleria civile, quattro anni e sette mesi. Imputati erano anche Claudio Montanari, ex dipendente di un bar di via Mantova, e Claudio Pagliari, ex responsabile dell’ufficio corpi di reato, quest’ultimo accusato solo di omessa vigilanza. Montanari, assistito dagli avvocati Giovanni Benedini e Giancarlo Rosa, era stato processato con il rito abbreviato e condannato ad una pena di tre anni contro i cinque anni e otto mesi chiesti dal pm Lisa Saccaro, mentre Pagliari era stato rinviato a giudizio. Oggi è entrato nel vivo il procedimento solo a suo carico. L’imputato è difeso dagli avvocati Simona Bracchi ed Erminio Mola.

Nell’ottobre del 2016 Manfredi e Valcarenghi, entrambi cremonesi, erano finiti in carcere e poi ai domiciliari: il primo, difeso dall’avvocato Alberto Gnocchi, era accusato di concorso in peculato, violazione dei sigilli, falso e detenzione di stupefacenti ai fini di spaccio, mentre il secondo, assistito dal legale Francesca Attianese, di concorso in peculato e detenzione illegale di armi da guerra e comuni da sparo. Secondo l’accusa, Manfredi, all’epoca addetto dell’ufficio corpi di reato, abusando della sua posizione, aveva asportato in diverse occasioni droga sequestrata e contenuta nei reperti destinati alla distruzione a seguito della chiusura dei processi. Da parte sua, Valcarenghi, appassionato di armi, si era fatto consegnare dal complice delle munizioni sequestrate che poi aveva nascosto all’interno di una tasca.

L’indagine è stata raccontata in aula dall’ispettore superiore della polizia giudiziaria Damiano Bassi e dall’ispettore superiore della squadra mobile Luca Mori. L’attività aveva avuto origine dall’ispezione di alcuni corpi di reato destinati alla distruzione nei quali era stata riscontrata l’assenza del contenuto, droga, e chiari segni di manomissione dei sigilli. I sospetti erano caduti subito su Manfredi. Era lui che si occupava materialmente dei corpi di reato nel caveau del tribunale, luogo inaccessibile a terzi e del quale lui aveva le chiavi. Tra il 17 e il 24 ottobre del 2016 la polizia, entrando di notte, aveva installato telecamere ambientali con sensori di movimento per ‘beccare’ il responsabile. “Manfredi”, ha ricordato l’ispettore superiore Mori, “è stato ripreso all’atto di aprire i reperti e di metterli in un sacco nero poi riposto in un armadio”. Il video aveva ripreso anche Valcarenghi, “che non aveva titoli per trovarsi lì”. Il 21 ottobre del 2016 le telecamere avevano fotografato Manfredi nell’atto di prendersi il contenuto del sacco nero. La polizia lo aveva seguito e fermato sotto casa. Con sè aveva 10 chili tra hashish, marijuana e cocaina: droga, secondo quanto riferito in seguito dallo stesso Manfredi, che sarebbe stata destinata a Montanari, all’epoca dipendente di un bar in via Mantova. Ma quel giorno non c’era stata alcuna consegna. Nell’abitazione di Attilio Valcarenghi, invece, gli uomini della mobile avevano sequestrato un vero e proprio arsenale. Nel caveau del tribunale, come riferito oggi dai testimoni, Pagliari non si è mai visto.

Ad essere sentita, oggi in aula, è stata anche la dirigente del tribunale, Laura Poli. “Pagliari aveva la qualifica di direttore amministrativo e proveniva dal tribunale di Crema, accorpato nel 2013 con Cremona. Era colui che aveva il grado più alto e come settori di competenza aveva il recupero crediti e i corpi di reato che gestiva con altro personale di qualifica più bassa”. All’epoca dell’accorpamento e del successivo trasferimento a Cremona dei dipendenti, la dirigente, d’accordo con l’allora presidente del tribunale Ines Marini, aveva stilato un ordine di servizio, cercando di mantenere per ognuno i settori di competenza. E così era stato. Nel suo ruolo di direttore amministrativo responsabile dell’ufficio corpi di reato, Pagliari si era fatto aiutare da Manfredi. Era lui che “materialmente” si occupava dei corpi di reato. Manfredi era un cassa integrato Tamoil ed era stato reclutato tramite agenzie interinali. Aveva fatto domanda presso il tribunale di Cremona. “Pagliari doveva interfacciarsi con lui”, ha spiegato la dirigente. “Manfredi era quello operativo, mentre Pagliari doveva controllare gli elenchi che Manfredi gli sottoponeva, verificare la natura e la destinazione del reperto e decidere la destinazione. Valcarenghi, invece, era stato distaccato da un Comune negli uffici giudiziari e collaborava con la cancelleria civile. Nell’ultimo periodo Manfredi mi aveva detto che i reperti erano molto pesanti e aveva chiesto, ottenendola da me, la collaborazione di Valcarenghi”.

Durante la sua testimonianza, la Poli ha parlato di qualche disfunzione burocratica o di natura organizzativa che ogni tanto Pagliari e Manfredi le segnalavano presentandosi entrambi nel suo ufficio: “magari un reperto non si trovava perchè era stato consegnato al perito per fare le analisi ma la cancelleria non lo aveva segnato nel fascicolo, oppure c’era un reperto fuori posto o c’era stato uno scambio di numeri, o se il reperto era stato distrutto non si trovava il verbale”. “Venivano da me per sottopormi problemi che ogni tanto accadono”, ha chiarito la Poli, “e io, avendo in passato lavorato nell’ufficio corpi di reato, davo loro suggerimenti o consigli, ma non mi è mai arrivata una segnalazione scritta, nè un verbale”. “Io sono la responsabile della gestione del personale”, ha sottolineato, “non della gestione del servizio”, e ha fatto l’esempio di un collega in passato responsabile dell’ufficio corpi di reato di Crema che non riusciva più a trovare quattro corpi di reato e che aveva fatto denuncia in Questura. Prima che uscisse ufficialmente la notizia, la Poli aveva capito che in tribunale c’era “una situazione di tensione”. “Il procuratore”, ha spiegato, “aveva fatto chiamare la presidente per informarla di una cosa, ma lei non me ne ha voluto parlare. Ero lontanissima dall’idea che potesse succedere una cosa del genere”.

L’udienza, per sentire altri testimoni, è stata aggiornata al prossimo 13 settembre.

Sara Pizzorni

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