Cronaca
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Fuga da ospedale, ex primario Bodini: 'Medici penalizzati da scelte nazionali e locali''

All’ospedale di Cremona continua la fuga dei medici, attratti da altre sfide professionali, ma anche messi in difficoltà a realizzare le proprie aspirazioni da un sistema sanitario pubblico a detta di molti sempre più impoverito. Problemi di ordine generale, legati alle politiche nazionali e regionali, ma anche situazioni locali, come quella che coinvolge l’unità operativa di Ortopedia dell’Asst Cremona, con le dimissioni da tempo annunciate del primario Piero Budassi e, da qui a settembre, di altri quattro medici con cui ha costituito una società che offrirà servizi e consulenze alle cliniche private; e di Maria Sessa, primario di Neurologia, arrivata cinque anni fa dal san Raffaele e da maggio andata a lavorare all’ospedale di Bergamo. “Questo è un caso emblematico – spiega Paolo Bodini, ex sindaco, ex primario di medicina all’Ospedale di Cremona, ex senatore del Pd confluito poi in Articolo 1 – di come alcune scelte operate a livello locale che potevano avere un significato, abbiano poi enormi difficoltà operative”. La scelta era stata quella dell’azienda Asst Cremona, di creare una nuova unità operativa di neuroscienze accorpando Neurochirurgia e Neurologia. “Una scelta sbagliata fin dall’inizio, che si è scontrata con la carenza di posti letto, così che i pazienti sono stati dislocati costantemente fuori dal reparto”. Forse con qualche beneficio sui conti dell’ospedale, molto meno sul lavoro degli operatori, medici ma anche paramedici.

“Queste fughe non depongono bene – continua Bodini – manca la volontà o capacità di soddisfare le progettualità dei professionisti che vengono qui sulla base di determinate aspettative. Lavorare nel pubblico è sempre stato penalizzante dal punto di vista economico, ora lo è ancora di più. Se poi vengono meno anche le aspirazioni professionali, la sirena della sanità privata si fa più forte che mai. La sanità pubblica è sottofinanziata, lo è stata anche sotto il governo Renzi. E’ stato uno dei motivi per cui ero uscito dal Pd. Il disegno globale degli ultimi 15 anni è stato quello di affossare il sistema sanitario nazionale e favorire le strutture di sanità privata a vario titolo convenzionate. Il grave è che sono in pochi a livello politico a cui stiano a cuore queste questioni”.

Gli organici degli infermieri sono da decenni in sofferenza, “ora si sono aggiunti anche quelli dei medici, questo rende sempre più difficile lavorare in equipe. Le liste di attesa si allungano oltre i limiti consentiti e quindi la gente è indotta ad andare privatamente e non c’è la volontà di far funzionare meglio il pubblico. E sì che, insieme alla scuola, la sanità costituisce uno dei pilastri della nostra democrazia e anche un modo con cui costruire una vera integrazione”.

Sui problemi del sistema pubblico rispetto al privato convenzionato è ancora più chiaro Gianfranco Lima, referente sindacale di Anaao Assomed, oltre che presidente dell’Ordine dei Medici, che fornisce un esempio pratico legato all’attualità: “Da un punto di vista economico non c’è paragone tra pubblico e privato. Con la flat tax, lavorando nel privato con partita Iva, un medico con reddito entro i 65mila euro paga il 15% di tasse; lo stesso medico pubblico dipendente ha un’aliquota di circa il 38%. Mi pare che le scelte nazionali, e non da oggi, stiano perseguendo una manovra politica finalizzata ad affossare il sistema sanitario universalistico ed uguale per tutti, tornando indietro al sistema delle vecchie mutue, quando ciascuna categoria – professionisti, commercianti, artigiani, ecc. – aveva la propria Cassa. E’ un discorso lungo e complesso con rivolti nazionali, ma c’è anche da chiedersi cosa sta succedendo nella nostra azienda: queste sono fughe per fare carriera? per avvicinarsi a  casa? o per un stress non più accettabile?” g.biagi

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