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Cremona.dissing, l'ordinanza:
'Violenza riconosciuta
come valore positivo'

Un’ordinanza ricca di dettagli che gettano un’ombra pesante su almeno una parte degli adolescenti cremonesi, quella firmata dal Gip del Tribunale dei Minorenni di Brescia Francesca Caprioli sulla base della complessa indagine dei Carabinieri di Cremona che ha portato all’applicazione della misura cautelare della detenzione domiciliare tre minorenni, due di origini maghrebine e un nord africano, ma tutti nati a Cremona, 16 e 17 anni i primi  due, 15 il terzo. Nell’ambito dell’indagine su Cremona.dissing si chiariscono ora alcuni episodi, come quello che prese le mosse, lo scorso 16 aprile, da questi tre ragazzi che ora devono rispondere di tentata estorsione aggravata in concorso nei confronti di studenti minorenni. I tre avevano richiesto del denaro minacciando aggressioni, ai compagni di scuola attraverso la chat di classe “1^A meccanica” di un istituto superiore cittadino. Richieste che venivano reiterate all’esterno dell’istituto e in particolare sull’autobus di linea utilizzato per raggiungere il piazzale delle tramvie. Qui, un 16enne veniva avvicinato e minacciato di botte se non avesse consegnato il denaro.

Da questo episodio i carabinieri avviarono perquisizioni domiciliari che portarono al coinvolgimento di altri due sedicenni, ora indagati, e ad altre due ordinanze di misura cautelare in carcere per quattro giovani (tre diciottenni e un 17enne, rispettivamente un marocchino residente a Cremona, un ragazzo di Casalmaggiore residente a S.Daniele Po; un ragazzo nato a Cittadella di origine marocchina residente a Cremona; il 17enne è invece di nazionalità romena, residente a Cremona), per i reati di rapina in concorso, atti persecutori in concorso nei confronti di minori, lesioni aggravate in concorso. L’ordinanza, stavolta a firma del Gip del tribunale di Cremona Pierpaolo Beluzzi, fa riferimento ai fatti avvenuti il 19 aprile nel locale Centrale del latte, con l’aggressione a fini di rapina ai danni di un 19enne di Cremona finito all’ospedale per le botte subite.

Le esigenze cautelari per gli arrestati sono state considerate indispensabili dai Gip per “l’elevatissimo rischio di recidiva, desumibile dalle modalità e le circostanze dei fatti, gravissimi non solo oggettivamente, ma anche perché ascrivibili ad istinti di sopraffazione verso un soggetto debole tipici del bullismo’, che nel caso specifico è apparso declinato all’interno di un gruppo con caratteristiche di stabilità, del quale tutti gli indagati fanno tragicamente parte”.
“Per quanto concerne l’episodio della rapina del 19 aprile scorso, i tre indagati in concorso tra di loro e con un minorenne e con altri soggetti al momento non identificati, minacciavano la vittima accerchiandola, facendosi forza del fatto di essere in numero superiore rispetto a quello della sua comitiva, quindi ponevano in essere una serie di gesti provocatori (come salire a bordo del pick-up, aprire le portiere e il bagagliaio del mezzo) e conseguentemente, a fronte delle rimostranze del gruppo della vittima, aggredivano quest’ultima, spintonandola e colpendola con un violento pugno al volto, così riuscendo ad impossessarsi del cellulare del querelante e di un maglione di proprietà di un altro ragazzo. Tale reato è aggravato per essere stato commesso il fatto da più persone riunite nonché per aver commesso il fatto insieme ad un soggetto minorenne, trattandosi di delitto per cui è previsto l’arresto in flagranza. Sussiste altresì l’aggravante di aver agito per futili motivi, aggravante che secondo la giurisprudenza, si ravvisa anche nel caso delle bande giovanili”.

Il paragone più prossimo fatto dagli inquirenti è quello alle bande giovanili sudamericane, che “riconoscono come valori positivi la violenza e l’uso della forza quale forma di affermazione della personalità individuale e di manifestazione dell’appartenenza al gruppo da esercitare per il solo fatto che la vittima sia o appaia militare in formazione contrapposta, dal momento che tali concezioni e modelli comportamentali offrono occasione per dare libero coro ad impulsi brutali e prevaricatori e si pongono in contrasto con i valori fondamentali riconosciuto dall’ordinamento giuridico, che tutela in primo luogo la vita, la sicurezza e la libertà personale”.

In pratica in quell’occasione, il “branco” aveva accerchiato la vettura del 19enne, iniziando una serie di provocazioni e impedendo a lui e all’amico di allontanarsi. Erano state aperte le portiere alla ricerca di merce da sottrarre e quando uno degli occupanti l’auto era sceso per allontanare chi impediva più da vicino la manovra, era stato aggredito dal gruppo, che si impadroniva dell’oggetto più prezioso, un cellulare di ultima generazione, oltre a mettere a segno la rituale “jumpata” (saltare addosso a una persona). Secondo il gip, “non vi sono soluzioni di continuità nel disegno criminoso dei giovani predatori: il branco agisce in gruppo (i “soci”) e le sopraffazioni, le violenze, le – anche gravi – lesioni personali sono tutt’uno con i voluti – accettati sin dall’inizio – atti predatori”.
Si tratta insomma di “ragazzi che non hanno avuto limiti, distruggendo, picchiando e causando grave allarme sociale in tutta la città di Cremona. Facendo sì che il loro comportamento e le conseguenze diventassero una vera priorità per la sicurezza e la serenità della comunità. Hanno picchiato, fomentato risse e rubato per un gioco e spesso si sono ripresi come se stessero partecipando ad una festa”.

E’ da questi due episodi, la tentata estorsione e la rapina, che l’indagine, coordinata dal comandante della compagnia di Cremona Rocco Papaleo,  si è allargata e ha portato i carabinieri ad indagare a vario titolo per numerosi reati altri 18 giovani, tra i 15 e i 18 anni, equamente suddivisi tra italiani e di origine maghrebina, quasi tutti residenti a Cremona e in tre casi a Castelvetro Piacentino. g.b.

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