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'I miei sei mesi in Africa',
il racconto del medico
specializzando Orsi

E’ rientrato in Italia dopo i suoi sei mesi in Sierra Leone Michele Orsi. Orsi, 30enne di Pizzighettone e specializzando al quarto anno di ginecologia ed ostetricia presso l’Università degli Studi di Milano, lavora presso la clinica ‘Mangiagalli’ di Milano e aveva deciso di partire per l’Africa con la Ong ‘Medici con l’Africa CUAMM’. Di stanza presso il Princess Christian Maternity Hospital (PCMH) di Freetown, il 30enne è stato messo alla prova sul campo. “ Ero abituato ad essere specializzando in Italia – spiega -, anche se al quarto anno su cinque, ma con molti specialisti junior e senior attorno a me, responsabili delle decisioni nella gestione delle pazienti. In Sierra Leone come ‘quasi specialista’ ho fatto invece parte dei medici ‘senior’, che sono meno di dieci in tutto l’ospedale, cui si aggiungono alcuni giovani medici in tirocini non ancora abilitati. Per dare un’idea dei numeri, nell’ospedale dove lavoro in Italia, con un numero simile di casi gestiti, lavorano oltre 40 medici specialisti ginecologi ostetrici e oltre 20 specializzandi”.

Orsi racconta il ‘salto’ che ha dovuto compiere: “Ho dovuto da subito mettere a disposizione tutto quello che ho imparato e abituarmi in anticipo a gestire le pazienti come uno specialista, anche per dare indicazioni a interventi chirurgici, oltre a dover fare io stesso numerosi interventi chirurgici d’urgenza, soprattutto cesarei, acquisendo rapidamente anche maggiore sicurezza”. “L’ospedale – racconta – ha molti problemi. Le forniture di acqua e di corrente elettrica sono difficili da garantire con continuità, anche se siamo in città. Quindi ad esempio mi sono trovato più di una volta con blackout nel bel mezzo di un cesareo notturno, per cui ho dovuto proseguire con le suture illuminato dalla luce del cellulare dell’infermiera”.

E la situazione pazienti è particolarmente complessa: “Il lavoro è davvero tanto rispetto al numero di medici disponibili, molto intenso e stressante, con barriere economiche e culturali che anche se poco visibili a volte si fanno sentire. Spesso poi arrivano casi non seguiti o con complicanze estreme, quindi purtroppo talvolta abbiamo vissuto l’esperienza della morte di donne anche molto giovani per situazioni cliniche gravissime, comunque solitamente prevedibili o almeno gestibili se affrontate prima. Dati gli oltre 8mila parti all’anno che gestiamo come centro di riferimento ostetrico ricevevamo numerose di queste emergenze ogni giorno e ogni notte”.

Anche la vita fuori dall’ospedale è stata tutt’altro che semplice: “Nel primo periodo non dormivo per il posto nuovo, lo stress, il caldo torrido, la musica notturna in città, i cori religiosi al mattino presto, solo per citare qualche fattore. Poi nella stagione delle Piogge, ovviamente, piove tutti i giorni, per cui si dorme meglio e con qualche blackout in più gli altoparlanti delle discoteche e delle celebrazioni sono meno attivi, ma il problema è che la città è allagata, a volte pericolosa, il traffico già di solito pesante impazziva. Infine anche l’adattamento dal punto di vista alimentare non è scontato”.

Tuttavia “l’esperienza vale la pena, senza dubbio”. Anche grazie al rapporto con colleghi e pazienti: “Il rapporto coi colleghi locali e con le pazienti mi sta dando molto. Con medici, ostetriche e infermiere c’era un bello spirito di collaborazione, e oltre a imparare molto ho potuto anche dare il mio contributo nei corsi di formazione per il personale locale, specialmente riguardo alle ecografie. Ho tenuto un training di ecografia ostetrica di base, per ostetriche, e poi Quasi quotidianamente affianco giovani colleghi Medici per imparare questa tecnica”. “Anche con le pazienti – prosegue – è interessante il rapporto. A volte sono impaurite perché non hanno mai fatto un’ecografia e magari non hanno mai visto un medico bianco. Ma quando inizio a fare l’anamnesi nel loro dialetto locale, chiedendo quanti figli hanno avuto o informazioni sulla gravidanza, allora subito sorridono e si sentono più a loro agio”.

“Ho apprezzato – conclude Orsi – molto proprio il fatto di conoscere la gente locale da vicino e poter provare ad esplorare la loro cultura e il loro modo di vivere e di pensare, attraverso l’interazione diretta con colleghi e pazienti ogni giorno. Dal punto di vista umano questo era quello che aspettavo e speravo, perché per ora per me la cooperazione vuol dire avere un contatto diretto con le persone. Infine vorrei ringrazio tutte le persone che lavorano negli uffici, sia in Italia che qui, di CUAMM’.

mtaino

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