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Processo Fiamma, per l'accusa
è peculato. I testi: 'Quell'ufficio
accessibile anche ai detenuti'

Renato Fiamma

Parola ai testimoni del pm Milda Milli, oggi, nel processo a carico di Renato Fiamma, funzionario in servizio presso il carcere di via Cà del Ferro accusato di peculato. Per la procura, l’imputato, cassiere dell’amministrazione carceraria e già consigliere comunale area Pd, si sarebbe intascato 14mila 487,37 euro, somma che avrebbe dovuto depositare presso le Poste Italiane “nel fondo detenuti”. Nessun intento di sottrarre denaro, secondo la difesa, rappresentata dall’avvocato Paolo Carletti: l’imputato, una volta accortosi della sparizione dei soldi, aveva tentato in tutti i modi di ripianare l’ammanco, chiedendo prestiti ad amici e conoscenti. Non riuscendoci, tre settimane dopo il fatto si era presentato in procura per sporgere denuncia.

L’episodio risale al 9 marzo 2018, giorno in cui la somma avrebbe dovuto essere depositata in posta. Quel giorno all’ufficio postale Fiamma, oggi presente in udienza, era stato accompagnato dall’assistente Costabile Pascale, collaboratore della direzione del carcere ed esperto informatico. “Fiamma si occupava anche di spese ed acquisti”, ha raccontato il testimone. “Anche in precedenza lo avevo accompagnato a fare dei versamenti. Prima di uscire l’avevo visto nel suo ufficio dove era impegnato in operazioni di contabilità”. Pascale ha spiegato che Fiamma aveva con sè “la solita borsa in pelle contenente cartelline trasparenti con dentro buste gialle”. “Ero con lui allo sportello quando si stava preparando a consegnare le buste”, ha raccontato il testimone. “Ad un tratto mi è sembrato turbato. Mi ha confidato che gli mancava una busta e che avrebbe telefonato all’istituto per sentire se l’aveva dimenticata lì. Subito dopo ha fatto il suo versamento, ho visto l’operatore prendere e contare i soldi, e poi siamo tornati in carcere”.

Dalle poste, Fiamma aveva chiamato l’assistente amministrativo Nicola Migliorati. “Al telefono mi ha chiesto di andare a controllare nel suo ufficio se c’era una busta gialla”, ha riferito il testimone. “Forse l’aveva lasciata sul tavolo o magari era caduta. Ho guardato, ma non ho visto nulla”. La porta dell’ufficio di Fiamma era aperta. “Nel suo ufficio”, ha spiegato Migliorati, “c’era la macchinetta del caffè dove si riunivano i colleghi dell’area contabile. Prima la porta era spesso chiusa, ma noi ci siamo lamentati con lui chiedendogli di tenerla aperta proprio per darci la possibilità di accedere al punto ristoro. “Al telefono non mi aveva destato particolare preoccupazione”, ha ricordato Migliorati, “ma poi quando è tornato  non l’ho visto bene. Era pallido. Sono andato nel mio ufficio per chiamare il medico e quando sono tornato da lui aveva avuto un malore ed era caduto facendosi male ad un gomito. A quel punto l’ho preso e l’ho portato in ospedale”. Qualche settimana dopo, Migliorati aveva avuto dei problemi di salute ed era stato assente dal lavoro. “Quando sono tornato, Fiamma era in malattia e nessuno mi ha detto nulla. L’ho saputo da lui: quando l’ho chiamato mi ha spiegato cosa era successo, dicendosi sicuro di aver messo i quattro versamenti nelle rispettive buste”. All’avvocato Carletti, Migliorati ha precisato che l’ufficio dell’imputato era molto frequentato, non solo per via della macchinetta del caffè. “C’erano anche i detenuti che facevano le pulizie e che riponevano gli attrezzi in un locale proprio di fronte all’ufficio di Fiamma. Non c’era mai alcun agente di scorta. C’era anche una scala interna dalla quale chiunque poteva avere accesso e una volta, ma non riesco a collocarla nel tempo, ho trovato una persona da sola nell’ufficio di Fiamma. Dopo questi fatti sono state posizionate delle telecamere”. “Tutto il contante che Fiamma maneggiava”, ha concluso il testimone, “si trovava in cassaforte. Quando era sul tavolo era perchè lo stava conteggiando. Quando faceva queste operazioni diceva a tutti di uscire”.

L’avvocato Carletti

Ad essere sentito è stato anche Vito Castiglione, responsabile dell’area contabile. “Quel 9 marzo ero a Milano con il direttore per un corso. Dal carcere mi avevano telefonato dicendomi che Fiamma aveva avuto un malore. Quando l’ho sentito mi ha detto che stava facendo accertamenti. E’ stato in malattia fino al 28 marzo, quando mi ha chiamato dicendomi che mi voleva parlare. Ci siamo visti in città e quando l’ho incontrato era pallido. Abbiamo parlato in macchina. Mi ha riferito che gli era sparita una busta contenente denaro, una delle quattro che il 9 marzo aveva preparato per il versamento in posta. Quando gli ho chiesto come mai avesse aspettato dei giorni per dirlo, mi ha risposto che aveva cercato di recuperare l’ammanco chiedendo prestiti ad amici e conoscenti, ma che non c’era riuscito. Era sconvolto, piangeva”. A quel punto ho chiamato il direttore, avvertendolo di quanto mi era appena stato detto”.

All’epoca dei fatti, Maria Gabriella Lusi, oggi direttore del carcere di Piacenza, era la responsabile dell’istituito di via Cà del Ferro. L’ex dirigente ha spiegato che l’area contabile era costituita da tre funzionari, tra cui l’imputato, oltre ad un assistente amministrativo. Gli uffici erano al primo piano della palazzina della direzione e ognuno dei funzionari aveva una propria stanza in fondo ad un lungo corridoio al quale si accedeva attraverso una scala che porta agli uffici della direzione. Le chiavi di tutti i locali, al termine del servizio, erano riposte in una bacheca di fronte all’ufficio del direttore. L’ultimo che usciva chiudeva la bacheca e consegnava le chiavi alla portineria dell’istituto. L’ex direttore ha poi raccontato della telefonata intercorsa con Castiglione che le aveva raccontato della conversazione con Fiamma. “In quei giorni ero in ferie”, ha detto la Lusi, “e avevo mandato un messaggio a Fiamma chiedendogli di stilare una relazione di servizio. In seguito ho saputo che aveva presentato un esposto in procura”.

Nel processo, l’amministrazione carceraria non si è costituita parte civile. Nella prossima udienza, fissata per il 29 ottobre, è previsto l’esame dell’imputato e di uno di coloro ai quali Fiamma avrebbe chiesto in prestito denaro per ripianare l’ammanco.

Sara Pizzorni

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