Un commento

Il sindaco-medico: 'Per
arginare il coronavirus
più cure a domicilio

A sinistra, Canzio Posio

Cambiare l’approccio verso i pazienti che si trovano a domicilio, per agire ‘a monte’ contro la diffusione del coronavirus evitando peggioramenti che poi richiedono cure ospedaliere in strutture già oggi sovraccariche. E probabilmente nemmeno più in grado di accettare malati. E’ quanto suggerisce Canzio Posio, sindaco di Ostiano, una lunga esperienza come medico di medicina generale, incarico da cui si è dimesso lo scorso anno quando ha vinto le elezioni. Accogliendo gli spunti e le preoccupazioni di diversi suoi colleghi della medicina di base, alle prese con una gestione sempre più difficile dei pazienti,  ha elaborato una serie di proposte che vanno nella direzione già annunciata (ma ancora poco praticata) dalla Regione, ossia quella di potenziare i servizi territoriali. L’interlocutore è l’Ats, l’azienda da cui dipendono i servizi territoriali compresa la Guardia medica, uno dei servizi che potrebbero essere ampliati in questo periodo emergenziale.

L’attuale emergenza sanitaria – è il grido d’allarme di tanti medici di base  –  ha radici profonde nell’insufficiente assistenza ai malati presso il loro domicilio. Molte persone pur con sintomi importanti già da parecchi giorni, non hanno avuto accesso a terapie di supporto o farmacologiche causali presso la loro abitazione.

“Stiamo parlando – afferma Posio –   di quella parte di pazienti che dopo l’esordio della malattia, presenta in capo ad alcuni giorni i prodromi di quelle che saranno severe complicanze; emerge allora la difficoltà pratica di un monitoraggio domiciliare a questo punto prezioso da parte dei medici di famiglia, ora però sovraccarichi di lavoro, ed in costante pericolo di esposizione essi stessi al contagio”.

Dall’esperienza dei medici di base risulta che “un’ampia maggioranza dei contagiati mostra sintomi lievi, affronta e supera la malattia senza nemmeno rendersene conto, una parte mostra sintomi parainfluenzali (febbre più resistente, tosse secca, congiuntivite ecc.), ma nei casi più severi, pochi percentualmente ma molti in valore assoluto data l’attuale pandemia, la malattia degenera in una grave insufficienza respiratoria per polmonite interstiziale”. Dunque, continua la riflessione di questo gruppo “Il malato che non supera la malattia in autonomia, giorno dopo giorno, va incontro ad una progressiva degenerazione verso la polmonite interstiziale e verrà preso in carico dal sistema sanitario in stadio patologico già conclamato quando ormai il suo quadro clinico sarà gravemente compromesso e richiederà terapie d’urgenza ad altissimo impatto in termini di risorse ospedaliere.”

LE PROPOSTE – “E’ vero – afferma Posio –  che cercare di cambiare positivamente il decorso di una tale virulenta aggressione non è affatto facile o scontato, ma è chiaro che tutto ciò rimanda alla necessità di affrontare il problema non solo come urgenza “a valle”, ma come approccio ragionato a monte, che significa: il monitoraggio del malato domiciliare sia accurato e costante; la sola sorveglianza anamnestica sindromica telefonica, ammesso sia sempre agevole nelle attuali condizioni di sovraccarico, non appare sufficiente a cogliere repentini peggioramenti; la possibilità di rilevare parametri clinici, emodinamici e di saturazione di ossigeno, diventa un ausilio decisionale imprescindibile.

“I medici di famiglia dovranno essere eccezionalmente aiutati in questo compito da una specie di task force domiciliare che su loro indicazione possa dedicarsi a questo compito e a questo proposito potrebbero essere ben utilizzati una parte dei volontari accorsi in aiuto all’assistenza regionale sul territorio, oltre che un’estensione della continuità assistenziale nei giorni feriali.

“Se le autorità sanitarie preposte lo ritenessero opportuno e scientificamente giustificato, questi operatori potrebbero inoltre esser messi in grado di usare secondo protocolli concordati, già a domicilio, farmaci causali in grado forse di cambiare la prognosi (antivirali ed altri eventualmente).

“Naturalmente anche i pazienti precocemente dimessi a domicilio potrebbero giovarsi di tale supporto assistenziale, estendibile alla sorveglianza dei familiari”.

La conclusione, secondo il medico  e con l’auspicio che almeno una parte di questi suggerimenti possano trovare applicazione è che “intervenendo in questo modo si determinerebbe un salto di qualità nell’assistenza clinica di base (oltretutto contrastando l’abbandono a sé stesso del paziente), si mitigherebbe verosimilmente il numero e la gravità dei ricoveri, si aiuterebbe da subito la tenuta complessiva del sistema sanitario regionale.
Come sindaco, precedentemente medico di medicina generale, ritengo queste proposte pratiche e da mettere alla prova, a beneficio delle nostre comunità sfiancate da una situazione mai prima sperimentata”.g.b.

 

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Commenti
  • Simone Verde

    Perfettamente ed assolutamente d’accordo su tutto…il problema adesso da affrontare è proprio a monte.Se non si chiude la falla non si arresta l’emorragia con il rischio che questa continuerà per settimane e settimane e produrrà altre migliaie di vittime e altri numerosi accessi in Ps