Cultura
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La forza della Crocifissione del Duomo paragonata a Guernica di Picasso

“Il teatrale lavoro della Crocifissione del Pordenone nella Cattedrale di Cremona, è nella pittura antica quanto di più simile a Guernica di Picasso”. Il clamoroso paragone è stato avanzato su tre splendide pagine de ‘Il Giornale’ uscite il giorno di Pasqua quelle dal titolo “L’antivirus della Bellezza. Viaggio tra i capolavori dell’arte nelle terre ferite d’Italia” a cura di Andrea Dusio e con un intervento di Vittorio Sgarbi. Nelle pagine si va alla ricerca delle “mille luci sacre che riscaldano quelle terre desolate”. Si parte da Cremona, poi Crema, Brescia, Bergamo per finire a Piacenza e Cortemaggiore. Ma è proprio qui, su Cremona, che si indugia per raccontare le particolarità artistiche della nostra terra, partendo dal duomo ma andando anche a San Sigismondo prima di prendere la strada per Crema con l’imperdibile santuario di Santa Maria della Croce a Crema e le superbe chiese di Santo Spirito, Santa Chiara, San Bernardino, della Santissima Trinità.

“La città dove tutto si mescola – si legge – è Cremona, che per posizione geografica di fatto favorisce la confluenza delle culture figurative non solo da Milano e da Brescia, ma anche dall’Emilia. Lo snodo di tutto è la Cattedrale, dove nel 1506 i massari, l’organismo laico che controllava la Fabbriceria del Duomo, sovraintendendo i lavori necessari al perenne rinnovamento, decisero di promuovere una decorazione coerente di catino absidale, zona sovrastante l’arco trionfale e navata maggiore, dalle pareti laterali alla controfacciata”. Così il racconto prosegue: “Mentre la città cambia tre volte dominazione nel giro di quindici anni, dalla Serenissima al Ducato di Milano e infine alla Spagna, prende forma, grazie a un team di artisti che operano uno in successione all’altro, il racconto visivo, comprensibilmente a tutti, di una Biblia Pauperum che si alimenta di tutte le le suggestioni stilistiche, formali, spaziali, elaborate nel momento in cui entrano per la prima volta in contatto l’esperienza del Manierismo e i linguaggi più popolari e realistici della pittura del Nord”.

Poi racconta di Boccaccio Boccaccino, il primo a cominciare gli affreschi portando l’esperienza di Giorgione a Venezia o quella di Durer. Poi Francesco Bembo e quell’Altobello Melone che viene definito come uno dei giovani più interessanti del Cinquecento, poi il Romanino e infine il colpo di scena, la sua cacciata decisa dai massari della Cattedrale, per dare spazio al pittore più moderno, quel Pordenone che aveva sfidato Tiziano nel duomo di Treviso e che dopo aver chiuso le campate laterali mette mano alla maestosa Crocifissione. “Le luci drammatiche, teatrali, sembrano – dice l’autore – attirare lo spettatore al centro della scena. La composizione è disposta come sulla superficie di un cerchio. In un poderoso autoritratto il pittore si sistema in armatura al centro della scena”. E aggiunge che anche Caravaggio frequentò il nostro Duomo, con il gran teatro della Crocifissione.

Infine viene raccontata la bellezza di San Sigismondo.“Dove generazioni di pittori si avvicendano per una decorazione dominata dall’horror vacui. Inizia Camillo Boccacino con gli affreschi dell’Abside. Nel 1539 lo affianca Giulio Campi che dipinge la pala dell’altare maggiore la Madonna con Bambino in Gloria, alla morte di Boccaccino arriva il sofisticato Bernardino Campi che affresca la finta cupola. In una delle cappelle laterali, capolavoro del manierismo, è la sua tela con le sante Cecilia e Caterina. Con una eleganza rara nella resa dei dettagli, nei gioielli, nei tessuti, estremo omaggio al Parmigianino”.

Le pagine de ‘Il Giornale’

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