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81 giorni positiva: la
guarigione (e le cicatrici)
di Marina Demicheli

Caso record a San Giovanni in Croce

Ottantuno giorno di Coronavirus. E anche se il dato ha importanza solo per la statistica, probabilmente la storia di Marina Demicheli – residente a San Giovanni in Croce ma legatissima a Solarolo Rainerio, tanto che qui è presidente della Pro Loco e il cui padre, Clevio Demicheli, è stato sindaco del paese per 34 anni – è davvero da record. Se teniamo conto che il Coronavirus in Italia è stato individuato e certificato la prima volta il 20 febbraio, questo è presente, oggi, da 91 giorni. E Marina ne ha spesi ben 81 da positiva.

“E’ iniziato tutto domenica 1 marzo, quando io, mio marito e mia figlia ci siamo svegliati con la febbre. L’unico che stava bene era mio figlio. Il venerdì successivo, dato che ero peggiorata, sono stata ricoverata all’ospedale Poma di Mantova, poi il mercoledì sono stata trasferita ad Asola per altri sette giorni”. Le dimissioni il 16 marzo, poi l’isolamento fino al 20 maggio, perché nel mentre il virus, pur da asintomatica, non passava. “Ho fatto un primo tampone il giorno delle dimissioni, che però non ho conteggiato. Poi altri sette: per due mesi, dopo le dimissioni, mi sono ritrovata isolata in una stanza, a casa mia, lontana anche dai miei famigliari. E’ stato particolare ed è un percorso che indubbiamente ti segna”.

Una liberazione l’annuncio della negatività. “Il 20 maggio una infermiera dall’ospedale di Cremona mi ha telefonato: “Demicheli, lei è negativa, ora può uscire di casa”. Era felicissima anche lei per me, perché aveva saputo del mio quadro clinico decisamente singolare. Ovviamente avevo già avuto due tamponi negativi dunque la guarigione era confermata. Quando ho ricevuto quella chiamata, è stato come rinascere”. Una storia a lieto fine, che però reca delle ferite profonde, come la perdita della mamma e della zia. “Mio papà Clevio con mia mamma si sono ammalati subito: Clevio ce l’ha fatta, mia mamma Franca invece no. Una donna speciale, so che si dice per tutte le mamme, ma a lei ero davvero affezionata. E mia zia Giacomina, morta due settimane prima, era una seconda madre per me, perché loro tra sorelle erano molto legate. In queste lunghe settimane mi ha aiutato la fede, che non ho mai perso. In ospedale mi facevo forza con una mia amica, ricoverata nella stanza vicina alla mia. Poi mi sono affidata alle preghiere e alla speranza, nonostante il dolore”.

Il grazie, infine, da parte di Marina – che è zia di Alessandro Favalli, ex terzino della Cremonese e oggi alla Reggiana e tra i primi calciatori professionisti ad ammalarsi (e a guarire) – va ai medici e al personale infermieristico di Mantova ed Asola. “E’ un grazie rivolto a tutti: dai medici, agli infermieri, alle donne delle pulizie, che lavoravano in condizioni estreme. Quando sono entrata in ospedale al Poma, era il momento di maggiore afflusso e di massima emergenza e ricordo queste persone bardate come astronauti. Immaginavo la loro difficoltà anche solo nel fare un minimo movimento. Ma non hanno mai fatto mancare a noi malati una parola di sostegno”.

Giovanni Gardani

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