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Gianni Fava apre il diario
del 'suo' Coronavirus. 'Troppi
passacarte, pochi medici'

Aveva rotto il silenzio dal punto di vista politico, ma mai si era concesso direttamente per parlare della sua malattia. Gianni Fava ha avuto il Coronavirus e l’ha sconfitto, anche se gli strascichi vanno avanti tuttora. “Non ti lascia libero tanto facilmente – prova a sorridere l’ex assessore regionale all’Agricoltura di Regione Lombardia – e ormai sono tre mesi che porto avanti questa situazione. Di sicuro sto meglio, ma questa è una malattia che ti segna”.

Prima particolarità: Gianni Fava si è sottoposto a quattro tamponi in due mesi e mezzo, tutti hanno dato esito negativo. “Eppure io sono stato male per davvero: non solo la febbre alta, ma anche, anzi soprattutto un blocco renale e una polmonite bilaterale. Quando mi sono sottoposto al test sierologico, che non mi è stato mai prescritto ma mi sono pagato da solo, hanno scoperto che avevo gli anticorpi e sono stati giudicato Covid-guarito. Dunque sì, ufficialmente posso dire di avere avuto il virus solo dopo il sierologico di pochi giorni fa. In realtà l’ho sempre saputo”.

Partiamo dall’inizio. “Il 28 febbraio ho iniziato a stare poco bene: forte mal di gola, che provavo a curare con l’Augmentin. Mi è stato diagnosticato uno streptococco, nulla di troppo preoccupante. Ma dentro di me sapevo che non era un normale mal di gola, questa era una malattia nuova e dato che di Coronavirus già si parlava con insistenza, inevitabilmente ho fatto molti cattivi pensieri. La notte tra il 16 e il 17 marzo sono stato male, ho chiamato la guardia medica, ma mi ha risposto che c’erano altre urgenze. Il 17 marzo mattina ho contattato la dottoressa Sara Malagola, che mi ha detto di andare subito in ospedale ad Asola, dove lavora lei. Da lì sono stato trasferito al “Poma” a Mantova immediatamente: avevo un blocco renale in corso”.

“Non sono mai stato intubato – spiega Fava – e ho avuto necessità soltanto della ventilazione assistita, restando in isolamento fino al 26 marzo. Per fortuna avevo una buona saturazione, la respirazione era discreta e questo ha fatto sì che il mio fisico rispondesse bene. Paura? Sì, ne ho avuta, in particolare il quarto giorno di ricovero al “Poma”, con la febbre che non passava, e toccava quota 40°. Lì prevaleva il pessimismo: temevo sinceramente di essere arrivato troppo tardi al ricovero. Il blocco renale ormai vicino ha mandato in tilt il resto del fisico, con complicazioni anche al fegato. Insomma, non vedevo certo un futuro roseo davanti a me. La mia cura è stato il farmaco antimalarico: il 26 marzo sono stato dimesso, ma la salita era ancora lunga. E dirò di più, ancora oggi ho qualche problema ai linfonodi, forse causato proprio dalla cura. Sono stato una cavia io, e lo siamo stati un po’ tutti noi malati, dinnanzi a un virus non ancora codificato a distanza di tre mesi”.

“Devo dire grazie a due persone – sottolinea Fava -. Oltre a Sara Malagola, medico ospedaliero, il dottor Enzo Rosa, mio medico di base a Viadana: mi sono fidato di loro ed è andata bene. Ma me la sono vista brutta. Il blocco renale è stato il momento peggiore, perché la polmonite è arrivata in una seconda fase. Così come la febbre: forse, se la temperatura fosse salita subito, a partire da quel 28 febbraio, mi sarei mosso prima e mi avrebbero ricoverato subito. Invece ho atteso fino a metà marzo, quando la situazione è degenerata”.

Inevitabile la domanda: la Lombardia come ha risposto all’emergenza? “Gli ospedali hanno risposto al meglio, ed essendo stato ricoverato nel periodo peggiore, non posso che sottolineare questo concetto, avendo notato anche nel caos la grande organizzazione dentro il “Poma”: non era affatto scontato né semplice. E’ mancato il coordinamento a livello territoriale, questo sì: e così il malato si è sentito abbandonato. Prendo la mia esperienza: all’ospedale ero curato, fuori – ad eccezione delle visite dei dottori Malagola e Rosa – sono rimasto isolato, non mi sono sentito preso in carico dal sistema. E quello che mi è accaduto dopo il 26 marzo, dopo le dimissioni da Asola, ha aggravato la mia percezione della malattia. Chi dice che la Sanità lombarda è da buttare, però, commette un errore perché non fa distinzioni e mette tutto nel calderone. Del resto, non avere completato la riforma della Sanità iniziata sei anni fa è stato un grave errore: io quella riforma l’ho votata, dunque so di cosa parlo. E aggiungo che riempire le ATS di burocrati e passacarte, piuttosto che di medici sul campo, è stato l’altro grave errore: la Sanità deve curare, non fare burocrazia e invece ci ritroviamo con poca gente che opera davvero sui territori, mentre i medici di base non hanno un coordinamento vero. E’ crollata l’organizzazione, è mancato il raccordo. Tuttavia, mai ho sperato per un secondo di essere in un ospedale diverso, come ad esempio un nosocomio campano o calabrese, questo devo dirlo. La sanità lombarda rimane un’eccellenza, sono mancati però diversi tasselli del puzzle territoriale”.

Crede a chi dice che “è stato necessario scegliere chi salvare e chi no”? “Non sono medico e non mi permetto di giudicare. Da fuori, però, mi sembra una esagerazione, o meglio una esasperazione. Nel delirio dei giorni del mio ricovero il “Poma” ha risposto molto bene, con organizzazione, lo ribadisco. Alzare i toni, specie ora che l’emergenza appare meno forte e più gestibile di prima, non serve a mio avviso. Il nodo della questione infatti non è dover scegliere chi intubare e chi no: già solo il fatto di avere rischiato di arrivare a questo punto non è degno di un paese civile, né di una delle prime Sanità al mondo. Io ho rischiato la vita, altri sono morti, a volte semplicemente nell’attesa: questo lo possiamo dire tranquillamente, perché è la verità. Non mi pare nemmeno equo, ad esempio, che il sierologico debba essere a pagamento e che l’appuntamento per il test, se lo prendi oggi, te lo danno tra un mese. E intanto magari tu hai il virus addosso e lo attacchi agli altri. Io ho dovuto farlo a pagamento, altrimenti non sarei mai entrato, ufficialmente, tra i malati di Covid. Io non ho avuto problemi a pagare, ma chi non può permetterselo?”.

Giovanni Gardani

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