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Smart working tra luci
ed ombre: in Comune
coinvolti 160 dipendenti

Sono 159 i lavoratori del Comune che durante i mesi del lockdown hanno lavorato in smart working ‘pesante’, una pratica che l’ente intendeva avviare in via sperimentale dal 1 aprile ma che ha avuto un’improvvisa accelerata dal 10 marzo per contenere il contagio da Covid. La sperimentazione doveva coinvolgere una cinquantina di persone su base volontaria, ma la realtà dei fatti ha costretto un numero ben più elevato di dipendenti a darsi da fare con connettività e piattaforme di videoconferenze, prima mai sperimentate.

“Dal punto di vista tecnologico eravamo già preparati”, spiega Giorgio Salami, coordinatore della Rsu e delegato Cgil, informatico proprio presso il servizio elaborazione dati, l’ufficio che ha gestito il telelavoro. Quello che è cambiato è sia la mole di lavoro, sia il numero di persone che gradualmente hanno lavorato da casa, oltre alla necessità di effettuare i vari passaggi con rapidità”.
Dal 10 marzo, giorno per giorno sempre più dipendenti hanno cambiato il loro modo di lavorare, anche attraverso una forma ‘leggera’ di smart working, ossia semplicemente usando la posta elettronica e scambiandosi documenti. Tra i problemi  più frequenti che i tecnici sono stati chiamati a risolvere, quello della connettività e di computer casalinghi vetusti, due fattori indipendenti dai  server comunali, e lo smarrimento delle password. E, nelle teleconferenze, il problema non indifferente degli accessi: “La gente a un certo punto non sapeva più chi era – ricorda Salami -. Oggi ognuno di noi ha un sempre maggiore numero di account e password per l’accesso a vari servizi e spesso si creava confusione con le credenziali. Non è stato semplice, a volte, spiegare che bisognava uscire da un account ed entrare con un nome utente diverso”.

Altri problemi sono stati riscontrati a causa dell’utilizzo condiviso dei computer e con gli spazi domestici non sempre sufficientemente isolati per il telelavoro.

“Ma secondo me questo fatto è stata una botta salutare per avvicinare le persone alla tecnologia, rendendosi conto che è più utile di quanto credessero. D’altra parte la norma già prevedeva che il 10% del personale dovesse andare in smart working e nell’accordo interno la Cgil ha sempre insistito che venisse inserito nel nuovo contratto. Credo che in tutta Italia, e non solo nella pubblica amministrazione, ci sia una grande carenza di conoscenza di tecnologie informatiche.
“Lo smart working – conclude Salami –  ci ha aiutato a lavorare in un altro modo da un giorno all’altro, abbiamo scoperto che si può lavorare senza la carta, con una flessibilità di orario che il timbrare il cartellino non consente. Questa modalità può inoltre essere utile per misurare il lavoro sulla base di dati oggettivi, quali il raggiungimento di un certo risultato entro un preciso lasso di tempo e con quanti passaggi, vedendo ad esempio quante ore  sei stato collegato, quante volte sei stato chiamato al telefono ecc.”.

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