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Truffa in banca, spariti due mln
di euro: ex funzionaria raggirò
più di 50 clienti. Pena di 10 anni

Gli avvocati Gian Pietro e Monica Gennari e Cesare Gualazzini

E’ finito con una condanna a 10 anni, il processo a carico di Daniela Zignani, di Pizzighettone, ex responsabile della filiale di San Bassano del Credito Padano, accusata di truffa aggravata dal danno di rilevante entità e per aver abusato del rapporto di lavoro con la banca. L’ex funzionaria è stata condannata a dieci anni, un mese e venti giorni di reclusione e ad una multa di 4.660 euro, oltre al risarcimento dei clienti e della filiale di San Bassano del Credito Padano: per la banca è stata decisa una provvisionale di 203.000 euro. Nei confronti dell’imputata, condannata anche alle spese di costituzione e di difesa, il giudice ha anche disposto la confisca di 426.377, 34 euro dal suo conto corrente. In tutto le parti civili erano 54, compresa la banca, rappresentate dagli avvocati Gian Pietro e Monica Gennari e dall’avvocato Cesare Gualazzini. Per 19 clienti il reato è stato dichiarato estinto per intervenuta prescrizione.

Secondo l’accusa, dal 2003 al 2017 la Zignani avrebbe effettuato operazioni sospette ai danni di clienti della filiale di San Bassano, come titoli trasferiti e venduti all’insaputa delle vittime e polizze assicurative incassate da soggetti diversi dai contraenti. Complessivamente la somma sottratta è stata quantificata in due milioni di euro.

A presentare denuncia in procura, nel marzo del 2017, era stato il presidente dell’istituto di credito Antonio Davò. I casi individuati erano stati portati alla luce dai controlli interni effettuati dalla banca nel febbraio del 2017. Si trattava di singole operazioni anomale, di media entità (tra i diecimila ed i venticinquemila euro), legate al trasferimento di titoli ed alla movimentazione di polizze assicurative effettuate dalla ex responsabile della filiale all’insaputa dei clienti, distraendo fondi per circa due milioni di euro. Tra i movimenti sospetti, anche alcune polizze assicurative stipulate da ospiti di una casa di riposo. Gli importi sarebbero stati riscattati e trasferiti su conti intestati a persone diverse da coloro che le avevano sottoscritte.

Secondo l’accusa, la Zignani, per impossessarsi delle somme di denaro dei clienti, avrebbe utilizzato “abusivamente moduli firmati in bianco o falsificando le firme degli interessati, trasferendo titoli e polizze vita intestati alle persone offese su dossier e conti correnti di suoi familiari, facendo poi confluire al proprio patrimonio, mediante bonifici e prelevamenti in contanti, le somme derivanti dalla liquidazione dei titoli e delle polizze”. “Indipendentemente dal trasferimento e dalla liquidazione di titoli e polizze” avrebbe poi “addebitato bonifici bancari sui conti correnti delle persone offese, facendo confluire, direttamente o mediante più giroconti, su conti correnti propri e di suoi familiari le somme sottratte”. Nei confronti del marito, della sorella e della madre della Zignani c’è un’indagine ancora aperta con l’ipotesi di reato di riciclaggio.

A scoprire gli ammanchi erano stati gli ispettori del Credito Padano incaricati di eseguire controlli periodici sulle attività delle varie filiali. A quel punto la banca, dopo aver effettuato i necessari approfondimenti, aveva contattato i clienti interessati per procedere al rimborso delle somme sottratte e aveva sporto denuncia contro l’ex titolare della filiale che nel frattempo era stata sollevata dal proprio incarico.

“Di fatti provati, di una complessa attività truffaldina protrattasi nel tempo e di condotta spregiudicata”, ha parlato oggi il pm Davide Rocco, che per l’imputata aveva chiesto una condanna a sette anni e 4.800 euro di multa. Con il suo comportamento, a detta dell’accusa, la Zignani “ha approfittato del rapporto di fiducia dei clienti, spesso anziani o con poca dimestichezza di operazioni bancarie, portandoli a firmare in bianco moduli con la scusa di velocizzare la pratica o per evitare continui accessi alla filiale. Tutti hanno poi disconosciuto le operazioni truffaldine e in alcuni casi anche le proprie firme”. Il pm ha poi ricordato quanto sostenuto a sua difesa dalla stessa Zignani nel corso delle dichiarazioni spontanee rese in aula, e cioè che tutto sarebbe avvenuto per colpa di “meri errori del sistema informatico della banca, ipotizzando anche un disegno architettato dalla banca stessa a suo danno per nascondere un buco in bilancio”. Per il pm, “una versione inattendibile e inverosimile”.

Delle parti civili costituite a processo, l’avvocato Gian Pietro Gennari rappresentava l’Istituto di credito e alcuni clienti. Il legale ha parlato di “danno all’immagine derivato da una situazione arrivata come un fulmine a ciel sereno” e di “una lesione e un discredito per il clamore che questi fatti hanno suscitato”. “Uno sfregio alla propria immagine”, ha aggiunto il legale, “senza contare il danno patrimoniale”. L’avvocato Gennari ha ricordato che la filiale di San Bassano del Credito Padano è “una banca di un paese dove i principali soggetti a cui si fa riferimento sono il parroco, il sindaco, il farmacista, il comandante dei carabinieri e il direttore della banca. Dunque una banca, quella in questione, dove si cerca un contatto, dove c’è familiarità”. Il legale di parte civile, che ha precisato che il danno è stato risarcito per un milione  e mezzo di euro, ha sottolineato la “potenzialità criminale” dell’imputata, “che operava una scelta studiata dei soggetti da colpire”. E ha ricordato, tra gli altri, di due sorelle che hanno subito un danno di 300.000 euro, e di un cliente truffato che conosceva la Zignani sin da bambina e al quale la stessa imputata era andata a fare le condoglianze per la morte della moglie. Sulla stessa linea del collega, anche l’avvocato Monica Gennari, che,  citando una celebre frase dello scrittore Mark Twain, ha detto: “E’ molto più facile ingannare la gente, piuttosto che convincerla che è stata ingannata”.

Anche l’avvocato Cesare Gualazzini si è detto stupito delle dichiarazioni spontanee dell’imputata: “Se è vero che ci sono stati errori nel sistema informatico”, si è chiesto, “come mai i soldi erano solo sul suo corrente?”. Di più: per il legale, che ha detto di non aver mai visto nulla di simile in 50 anni di carriera, la Zignani “aveva già preparato tutto e sarebbe andata avanti così fino al giorno della pensione”.

L’avvocato della difesa Alessandro Keller, nella sua arringa, ha invece sostenuto la mancanza di prove contro la sua cliente. “Se le accuse fossero vere”, ha detto il legale, “la mia cliente dovrebbe avere un patrimonio chissà dove, e invece non è così. Tutti gli atti sono stati prodotti dalla banca e non c’è mai stato alcun accertamento da parte della guardia di finanza. Perchè nessuno si è mai accorto di niente?”.

Sara Pizzorni

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