Ultim'ora
Commenta

Medici di base, la fuga continua.
46 cessazioni e 2 nuovi titolari.
Per gli altri incarichi provvisori

Anche l’Enpam, l’ente previdenziale dei medici ed Odontoiatri, lancia l’allarme, già ben noto a Cremona e Mantova (i territori dell’Ats Valpadana) sulla carenza di medici di base. Entro la fine dell’anno, a livello nazionale 8800 medici di medicina generale potrebbero uscire dal circuito, 3226 per raggiunti limiti di età (70 anni), gli altri, di poco più giovani, potrebbero continuare ma con scarsi vantaggi economici. E nel 2023, 10.639 medici potrebbero essere cessati.

I numeri sono riportati in un’inchiesta del settimanale L’Espresso che interpella anche l’Ats Valpadana: “A Cremona e Mantova, altre province lombarde colpite duramente dal virus, per 46 medici di base che andranno in pensione entreranno solo due medici titolari”, anche se, assicurano dalla stessa Ats, “nessun paziente rimarrà scoperto”. L’Ats dovrà nominare nuove incaricati provvisori oltre ai 20 già attivi nella sola provincia di Cremona, che assistono quasi 25mila persone”. 

In un’intervista dello scorso agosto, il direttore del dipartimento cure primarie dell’Ats Mario Brunelli aveva detto che 29 professionisti andranno  in pensione entro quest’anno; altri 37 lo hanno fatto dal 1 gennaio a fine agosto. Nel dettaglio, di quei 37 medici, 10 erano operativi nel distretto di Cremona, 9 di Crema, gli altri appartengono al territorio mantovano. Ma c’è di più: su 97 posti vacanti messi a bando dall’Ats lo scorso marzo, ne sono stati assegnati soltanto 8. Pochissimi i medici che non hanno già raggiunto il numero massimo di pazienti, fissato (ma con diverse casistiche di deroghe)  a 1500 assistiti.

Il gap tra medici in entrata e quelli in uscita è ancora più eclatante se si pensa che nel 2019 solo 20 erano andati in pensione:  quest’anno, sempre all’altezza di agosto, sono 66.  “Il punto cruciale è che a fronte dei pensionamenti, manca il ricambio generazionale”, aveva detto Brunelli. “Talvolta ci sono passaggi di giovani  medici dall’ospedale alla medicina territoriale ma non in questo periodo”. Il disamore dei medici per l’attività di base si può spiegare in tanti modi, la bufera che li ha travolti nei mesi del Covid, con la mole di incombenze burocratiche che sono andate ad aggiungersi alla cura dei pazienti, hanno sicuramente influito. Ma fatto sta che questa carenza va avanti da anni ed è strutturale: “Probabilmente il territorio della Bassa, privo di università e con una distribuzione della popolazione molto diradata sul territorio, disincentiva i medici dal prendere servizio qui. Un po’ come succede per le Comunità Montane, considerate zone disagiate e dove i medici prendono un’indennità. Prima o poi se va avanti così anche la pianura dovrà diventare  zona disagiata. Da tempo noi tecnici abbiamo segnalato a chi di dovere questa situazione”.

Di certo è evidente che di tempo se ne è perso tanto, perchè già nel 2010, ricorda L’Espresso, “gli ordini dei medici segnalavano che la generazione di medici di base entrati in servizio nei primi anni Ottanta avrebbe lasciato l’attività di assistenza in massa (…). Eventuali interventi per far fronte al picco dei pensionamenti avrebbero avuto effetti solo dopo molto tempo. In tutti questi anni, moniti  e richieste al governo sono stati continui. L’ultimo richiamo, il 1 giugno scorso, con la richiesta di ristrutturare la medicina di base prevedendo risorse e riforme già nel decreto Rilancio. ‘La ricetta è semplice’, assicura il segretario della FnomCeo, Filippo Anelli, ‘potenziare la medicina del territorio, dotando i medici di medicina generale di tutti gli strumenti diagnostici, di monitoraggio e terapeutici necessari e facendoli lavorare in équipe con gli infermieri’”.

 

© Riproduzione riservata
Commenti