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Utin, l'Ordine dei Medici:
'5 gravi prematuri trasferiti a
Brescia. La Regione ci ripensi'

Il declassamento dell’Utin dell’ospedale di Cremona ha portato, secondo i dati raccolti dall’Ordine Provinciale dei Medici, ad un calo del numero di mamme che hanno scelto il nosocomio cittadino nel 2020 rispetto al passato, un calo su cui ha influito sicuramente anche il Covid. Il dito puntato contro la decisione della Regione Lombardia, oggi messa in discussione dalla sentenza del Tar Milano, arriva dall’Ordine professionale, con un documento che ripercorre le ragioni di quella decisione assunta senza tenere conto delle autonomie locali.

“Ricordiamo – si legge nel documento – a novembre 2019, le dichiarazioni dell’Assessore Gallera nei confronti dell’UOC di Neonatologia e Patologia Neonatale con annessa Terapia Intensiva del nostro Ospedale. Erano fortemente critiche rispetto a una struttura, e di conseguenza, a una equipe che da anni si distingueva per professionalità qualificata ed abnegazione verso  i piccoli neonati e le loro famiglie come servizio al territorio.
Venivano condotte valutazioni non approfondite del problema clinico della prematurità neonatale quale l’appropriatezza della definizione di nato a termine, nato pretermine, peso alla nascita. Il documento regionale si rifaceva a numeri di prestazioni nazionali per rispettare il criterio di mantenimento dell’apertura della Unità di Terapia Intensiva Neonatale (UTIN) a Cremona, valori limite che non erano tutti rispettati da altre strutture considerate idonee in Lombardia”.

“L’UOC Neonatologia e Patologia Neonatale con annessa Terapia Intensiva presentava dati di attività consolidati nel tempo ovvero circa 1100 nati inborn all’anno con 100 prematuri, di cui intorno a 15/anno (1.5% delle nascite totali) prematuri VLBW (low birth weight) e ELBW (extremely low birth weight). Gli indicatori di outcome in termini di mortalità erano da anni in linea, e talora migliori, rispetto ai dati nazionali ed europei. Da molti anni, peraltro, la nostra Neonatologia partecipa a istituzioni internazionali indipendenti per il miglioramento dell’assistenza, con un aggiornamento costante. Il numero di nati outborns trasferiti da fuori provincia verso Cremona era superiore al numero di neonati trasferiti da Cremona verso altri centri, come avviene per altre TIN lombarde prive di chirurgia pediatrica o cardiochirurgia. Veniva, inoltre, ribadita in quell’occasione che era stato formato personale sanitario specificamente per garantire appropriatezza di cura la cui competenza sarebbe stata persa.
I criteri di valutazioni avrebbero dovuto in primo luogo considerare che sarebbe stata chiusa l’unica Unità TIN dell’intera provincia cremonese e avrebbero dovuto tener conto del parere contrario delle autorità locali che consideravano densità abitativa della città e della provincia e le trasformazioni sociali che sono in corso”.

“Le decisioni di Regione Lombardia avevano determinato una presa di posizione netta della cittadinanza a difesa del mantenimento in attività TIN. Ad un anno di distanza si ha notizia che dalla trasformazione in Unità sub intensiva le nascite, e contestualmente il numero di gravidanze a rischio presso il nostro Centro è in calo. Ciò è verosimilmente dovuto alla denatalità nazionale e all’emergenza COVID19, ma anche alla scelta delle gravide di rivolgersi ad altri presidi. I trasferimenti verso HUB di Brescia nel 2020 hanno riguardato 5 nati a termine per i quali ci sarebbe stata la possibilità di prestare le cure in sicurezza a Cremona, sulla base della tecnologia, professionalità ed esperienza operativa della equipe esistente. Ciascuno di questi neonati ha fatto un viaggio a Brescia e un ritorno a Cremona dopo pochissimi giorni per proseguire la degenza.

“Apprendiamo in questi giorni che una sentenza del TAR Lombardia ha confutato una decisione analoga rivolta al TIN di Rho. Questo verosimilmente non cambierà la situazione locale, poichè la sentenza tribunale non entra nel merito della decisione bensì del mancato confronto con le autorità locali. Tuttavia la sentenza apre a possibili cambiamenti e revisione di scelte anche sulla UTIN, come anche i sindaci avevano chiesto.
Il sasso nello stagno in qualche modo è stato lanciato e vorremmo che nascesse la speranza di apertura di un dialogo, di un dibattito cittadino con la partecipazione della comunità medica sulla stesura di un progetto di sanità ospedaliera e territoriale che possa realizzarsi anche nella prospettiva di un nuovo ospedale nella nostra città”.

Giuliana Biagi

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