Cronaca
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Il punto sulla pandemia con il prof. Nava, cremasco, direttore di Pneumologia a Bologna

“Il mio legame con Crema è forte: lì c’è mia madre, i miei amici storici, le mie radici. Ho vissuto la prima ondata del virus, che ha colpito così forte il mio territorio natìo, con il cuore”. Il professor Stefano Nava, direttore del reparto di pneumologia e terapia intensiva respiratoria del policlinico Sant’Orsola di Bologna e docente universitario, ha partecipato emotivamente al dramma che il Cremasco ha affrontato un anno fa.

“Ho avuto famigliari e amici ricoverati e sono stato in contatto con i colleghi medici del Maggiore. La loro terribile esperienza mi ha permesso di prepare il mio reparto a ciò che sarebbe arrivato di lì a una settimana. Crema, in sostanza, mi ha aiutato molto nel mio lavoro”.

Ora è Bologna, insieme ad altre zone del Paese, ad essere in sofferenza: “Il reparto di pneumologia del Sant’Orsola è pieno da fine ottobre; in totale nella struttura ospedaliera abbiamo 1150 malati di covid. Sono numeri che ho paragonato a Crema: certo, i morti fortunatamente sono molti meno, per svariate ragioni – spiega il professore – ma la violenza del virus, l’indice di contagio, mi ha fatto pensare a quello che Crema ha vissuto nella primavera del 2020, insieme al Lodigiano e a Bergamo”.

Il virus, oggi, colpisce persone più giovani, di 10/15 anni in meno rispetto alla media dell’anno scorso: “Sono pazienti che non presentano patologie pregresse e la severità della malattia è più importante”.

Il professor Nava non si sbilancia su quanto la terza ondata potrebbe rivelarsi pesante quanto la prima: “Non è possibile effettuare previsioni. Troppi miei colleghi si sono improvvisati veggenti, ora facendo ‘le Cassandre’, ora sottostimando il problema. Ci aspettiamo di tutto e di più”. L’ormai celebre variante inglese non pare portare a particolari complicazioni, anche perché si sono create delle sotto-varianti (nigeriana, sud africana, brasiliana…). “L’impressione di pancia è, però, che i malati siano più gravi. Non voglio sbilanciarmi in positivo o negativo. Tra un mese avremo un quadro più chiaro”.

I dati non lasciano ottimisti, “ma sono ottimista perché finalmente si sono prese misure serie e non a intermittenza e credo che il piano vaccinale stia accelerando. Ho solo due perplessità che riguardano la consegna puntuale del vaccino da parte delle cause farmaceutiche e il timore che, come in Francia, una quota consistente della popolazione non voglia sottoporsi alla profilassi”.

Un’ipotesi, quest’ultima, che il professore tende a scartare: “Mi pare che qui in Italia sia presente una maggioranza silenziosa, che non fa rumore come i no-vax, ma che ha capito che gli eventuali effetti collaterali del farmaco non sono minimamente paragonabili alla malattia”. A ciò si aggiunge il comportamento virtuoso delle zone duramente colpite dalla pandemia: “Quando sono a Crema in visita a mia madre noto che il 90% delle persone indossa la mascherina. Qui a Bologna, prima della zona rossa, non era così”.

“Non so quando arriveremo alla fine, che significa zero casi, ma intravedo una speranza, almeno nel carico che noi sanitari stiamo sopportando da 373 giorni, entrando quotidianamente in una vasca malsana piena di virus. Centinaia sono morti, molti di loro erano medici di pensione tornati in prima linea per aiutare colleghi e pazienti. Ci vorrebbe più riconoscenza”.

Ambra Bellandi

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