Cronaca
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Terrore in famiglia: minacce
e botte alla moglie incinta

L’avvocato Tomasoni

Per le accuse di maltrattamenti in famiglia e lesioni a carico della moglie, un albanese è stato condannato a 3 anni e 6 mesi di reclusione, 6 mesi in più di quanto chiesto dal pm. In favore della moglie, parte civile attraverso l’avvocato Michela Tomasoni, i giudici hanno disposto come risarcimento una provvisionale di 5.000 euro, e il resto da liquidarsi in un separato giudizio civile.

Alla fine del 2019 il giudice Pierpaolo Beluzzi aveva applicato all’imputato la misura interdittiva del divieto di avvicinamento alla vittima. Una decisione, secondo l’avvocato Tomasoni, “che è stata di fondamentale importanza in quanto ha tutelato l’incolumità della persona offesa, mettendola al riparo da degenerazioni che avrebbero potuto produrre epiloghi veramente drammatici”.

La donna aveva sporto denuncia il 14 agosto del 2019 dopo aver subito l’ennesimo episodio di violenza. Secondo l’accusa, il marito, 27 anni, le usava sistematicamente violenze fisiche e psicologiche dopo che aveva fatto uso di alcol e di sostanze stupefacenti, anche quando lei era in gravidanza e alla presenza del loro figlio minorenne. L’aveva strattonata, picchiata, le aveva tirato i capelli, l’aveva offesa, umiliata, dicendole di essere una cattiva moglie e una cattiva madre, capace solo di fare sesso.

Quando lei usciva di casa per andare al lavoro, lui la seguiva, le controllava la busta paga per riscontrare la retribuzione delle ore di lavoro straordinario, le controllava il telefono, chiedendole con insistenza i nomi dei suoi presunti amanti. L’aveva anche minacciata di morte: “Ti spezzo le gambe, ti taglio la testa e la mostro ai tuoi genitori”, e le diceva che le avrebbe portato via il bambino.

Nel marzo del 2018, quando la donna era al quarto mese di gravidanza, in seguito ad una lite scoppiata per aver scoperto il marito al telefono con un’altra donna, lui l’aveva presa per i capelli e trascinata per l’intera abitazione, spingendola a terra, schiacciandole la faccia in giù e tenendola bloccata con un ginocchio sul collo e una mano sulla schiena con una forza tale da farle mancare il respiro.

Numerosi gli episodi di violenza ai quali la vittima era stata sottoposta: picchiata per aver chiamato il marito perchè era pronto il pranzo, malmenata, fino a perdere i sensi, perchè l’aveva svegliato, colpita per l’ennesimo litigio per gelosia e per la gestione delle risorse economiche della famiglia, picchiata perchè si era rifiutata di cucinare e di occuparsi delle faccende domestiche. Nel giugno del 2019, dopo le botte, lui le aveva strappato gli abiti fino a denudarla, spingendola fuori casa e lasciandola sul pianerottolo per venti minuti.

Nell’ultimo episodio prima della denuncia, l’imputato aveva lanciato addosso alla moglie un telecomando, poi l’aveva colpita con una sberla e trascinata per i capelli fino alla porta di ingresso della casa. Una volta spinta fuori, l’uomo le aveva sbattuto con forza la porta sul braccio sinistro e lei era ruzzolata giù per le scale, riportando delle policontusioni, come accertato dal referto medico.

Il giudice che aveva applicato la misura del divieto di avvicinamento ha definito le dichiarazioni rese dalla vittima “precise, dettagliate e puntuali”, e i molti testimoni sentiti a processo hanno confermato il quadro accusatorio.

Sara Pizzorni

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