Cultura
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Il Festival Monteverdi
apre con l'Orfeo di Cigni

Il Monteverdi Festival 2021 inaugura la stagione al Teatro Ponchielli con l’opera e con L’Orfeo, capolavoro del Divin Claudio, il 18 giugno (ore 20, replica il 24). La raffinata regia di Andrea Cigni sarà accompagnata dalla sublime musica eseguita dall’Orchestra e Coro Monteverdi Festival/Cremona Antiqua con la direzione del M° Antonio Greco.
Una rappresentazione suggestiva e coinvolgente in cui si incontreranno tre mondi.

Favoloso, mitico, fantastico. Questo evoca l’allestimento, ormai ‘storico’, de L’Orfeo, per la regia di Andrea Cigni e le scene e i costumi di Lorenzo Cutùli. I tre mondi del quotidiano, degli inferi e dell’apoteosi finale del protagonista, si succedono in un racconto suggestivo e di forte impatto visivo. La direzione è affidata al M° Antonio Greco, a capo dell’Orchestra e del Coro del Monteverdi Festival.

“Per pensare questo allestimento mi sono ispirato ad alcune opere pittoriche e ad alcuni testi: tra tutti ho scelto un dipinto di Jean Delville, sipario di questo allestimento, a sottolineare che il finale dell’opera è in realtà diverso rispetto a quello proposto da Monteverdi e Striggio” ha detto Cigni.

“Alcune letture, legate oltre che al mito di Orfeo, anche all’esoterismo ed alla negromanzia, sostengono il mio lavoro, documenti che muovono le loro argomentazioni dal personaggio di Orfeo, interpretandone le azioni e i comportamenti. Io immagino un Orfeo non solo mitico, ma anche metamorfico, capace di mutare comportamento in poco tempo e come è stato più volte detto un eroe di ieri per il mondo di oggi, un Orfeo non così facilmente decifrabile e leggibile, con alcuni lati oscuri del suo essere.

La rappresentazione di Orfeo di Claudio Monteverdi, pur nata in un contesto totalmente diverso da quello proposto in questa mia analisi, non può non tenere conto di alcuni aspetti fondamentali legati soprattutto agli elementi fantastici e favolosi, fin quasi magici, che quest’opera ha in sé e che derivano proprio dalle scritture classiche.

La messinscena cerca di richiamare costantemente il concetto di magico. Luci, livelli di rappresentazione, ambientazioni, si ispireranno a qualcosa che dovrà essere riconoscibile principalmente come favoloso grazie anche ad un uso particolare e dosato della luce, la luminescenza degli elementi, il loro riflesso, la sensazione che nulla appartenga al mondo terreno ma ad un mondo fittizio, inventato, nonostante siano riconoscibili elementi apparentemente naturali, come l’acqua o il bosco, il fogliame iniziale.

I movimenti degli interpreti sono lenti e surreali, mai casuali, ma piuttosto profondamente rituali (ritualità legata alla cerimonia nuziale, all’evocazione, all’apoteosi, alla magia, con riferimenti anche storici).
L’atmosfera generale della scena non è necessariamente buona o positiva, nonostante un’iniziale apparente serenità che ritroviamo alla fine dell’opera (in effetti la strategia barocca prevedeva il lieto fine come condizione necessaria).
Una scatola scenica lucida sui toni del nero, dell’argento, delle concrezioni in pietra. Gli ambienti boscherecci, infernali, realizzati seguendo l’idea della suggestione e non della imposizione, accompagnati da alcuni colori come il blu e il rosso nei vari ‘ambienti’ che si susseguono”.

Questo universo si articola in tre ambienti: seguendo un’idea barocca di divisione del mondo.
Il quotidiano (bosco, ciò che sta in mezzo), ovvero l’inizio, la scena del rito nuziale, e dell’arrivo della Messaggiera e di ciò che lei porta con sé; l’infernale (l’Ade sotto al bosco, sotto alle piattaforme centrali, ciò che era sommerso dall’acqua calma e scura della palude ora si rivela), è questo il luogo del viaggio iniziatico, del regno di Plutone, del particolare rapporto tra Orfeo e la “sua” Euridice, infine il divino (sopra al bosco e alle piattaforme), quello dell’apoteosi finale, dell’ascesa al cielo tra gli dei e del mutato rapporto tra Orfeo e il mondo.

La scena, con i suoi percorsi, poggia inizialmente su una palude, un lago calmo, una serie di passaggi obbligati, una piattaforma divisa in due rettangoli e dei collegamenti tra questi praticabili. Intorno, il bosco che arriva fino all’acqua. Tutto sembra sospeso, fin quasi rilassante. Acqua che nasconde un mondo sommerso (che poi sarà quello infernale). Man mano che sprofondiamo nell’acqua si rivelano l’ingresso al mondo sotterraneo, con Caronte e le anime immerse nel fiume infernale, e poi ancora più sotto, nel regno di Plutone che si presenta ai nostri occhi con la maestosità di un salone dipinto, segue, prima del ritorno nei campi di Tracia, la scena della perdita definitiva di Euridice da parte di Orfeo, accompagnata dalla costante presenza dell’occhio infernale. Infine l’arrivo di Apollo, rassicurante e benevolo, col nuovo Orfeo che ci viene restituito dal percorso negli Inferi”.

Il giorno dopo (ore 20, replica il 25), saranno in scena insieme il balletto semi drammatico Ballo delle Ingrate e il madrigale rappresentativo Combattimento di Tancredi e Clorinda. L’impianto scenico e visivo, tra tecnologia e teatro, è curato da Anagoor, tra le esperienze performative più interessanti e ricercate degli ultimi anni nel panorama culturale italiano ed europeo, la parte musicale da Il Pomo d’Oro guidati dal M° Francesco Corti.

Il Ballo delle Ingrate e Il Combattimento di Tancredi e Clorinda sono due opere di Claudio Monteverdi che brillano nell’origine moderna del balletto e dell’opera. La straordinaria invenzione monteverdiana fu quella di intercettare le istanze rinascimentali e, recuperando la tradizione del teatro antico, approdare a generi nuovi attraverso la creazione musicale. È la stella sinistra della tragedia, dopo il lungo letargo medievale, a spandere la sua terribile luce su questa rinascita teatrale. Tuttavia, per quanto riferiscano all’antico, le forme della rappresentazione sono nuove, inaudite, i generi ibridi, e per così dire borderline.

 

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