Ambiente
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Verde, l'agronomo: "Impianti
vecchi, manutenzione difficile"

La scorsa settimana, un ippocastano caduto dopo un violento acquazzone nella piazza principale a Vescovato. Qualche giorno prima – e non aveva piovuto – una branca si è staccata dal tronco di una pianta quasi di fronte all’ingresso della media Anna Frank, in via Novati, piombando sul cofano di un’auto parcheggiata. E poi: lamentele per i ritardi negli sfalci del verde delle aiuole, dei parchi e dei giardini pubblici e per la parietaria che cresce indisturbata tra case e marciapiedi. E prima ancora, il pioppo tagliato a san Felice, stavolta in area privata. Gli incidenti e le polemiche intorno alla manutenzione del verde sono sempre all’ordine del  giorno, soprattutto d’estate quando la manutenzione è più difficile. E c’è da scommettere che torneranno quando prenderanno il via i tagli di alcuni filari ultradecennali in zona Po, annunciati dall’amministrazione comunale, per ragioni di sicurezza.

Gabriele Panena, presidente ordine provinciale Dottori Agronomi

Il problema principale, ci spiega Gabriele Panena, presidente dell’ordine provinciale degli Agronomi, “è che noi oggi abbiamo un patrimonio verde vecchio, maltrattato e spesso anche mal progettato, o meglio, non progettato. Il grosso del patrimonio urbano è costituto da impianti nati nel dopoguerra, durante il boom edilizio. Non si faceva caso alle distanze tra alberi come tigli, platani, olmi, che nel giro di qualche decennio sarebbero cresciuti e avrebbero avuto  bisogno di una maggiore distanza tra loro. Il risultato è che molte di queste piante oggi hanno problematiche difficili da tenere sotto controllo: teniamo conto che un monitoraggio  serio prevede un esame visivo da parte di tecnici qualificati, di circa mezz’ora per ciascuna pianta e i Comuni hanno poche risorse da destinare. Ricordiamoci poi che le piante non sono pazienti facili, non sono malati che vengono in studio”.

Paradossi a parte, un sistema per evitare cedimenti improvvisi di piante ad alto fusto, apparentemente splendide ma in realtà con le radici sacrificate sotto l’asfalto, ci sarebbe anche: quello di adattarsi a tagliarle dopo una quarantina d’anni, e ricominciare da zero con un nuovo impianto, come fanno in alcuni Paesi europei. Ma è una scelta, oltre che costosa, anche estremamente impopolare.

“Per capire come sia cambiata la sensibilità negli anni”, aggiunge Panena, “facciamo caso ai parchi di scuole elementari cittadine, come la Stradivari o la Bissolati. Tigli in un caso, robinie, la pianta tipica del ventennio, nell’altro. Il loro scopo non era solo ornamentale, ma era determinato da ragioni pratiche: avere legna da ardere per riscaldare scuole ed edifici”. Le capitozzature, ossia le potature dei rami negli internodi, che determinano successivamente una crescita sregolata dei rami e li rendono più fragili, sono state per anni la pratica più diffusa per sfoltire le chiome provocando danni a posteriori. In via Brescia, fa osservare Panena, molti alberi presentano questa situazione.

“Insomma, gestiamo un patrimonio nato in un’altra epoca e con finalità diverse che nel corso degli anni ha subito una serie di interventi sbagliati, un po’ per imperizia, un po’ nella speranza che si riducessero i costi futuri”.

Oggi la scelta migliore sarebbe quella di sacrificare un filare, nel caso ve ne fossero due accostati, oppure diradare filari troppo fitti, tenendo conto della crescita futura. 12 – 14 metri la distanza ottimale, ad esempio, tra olmi, tigli o platani.

E’ più o meno dagli anni Novanta che si sta diffondendo una nuova cultura che tiene conto di come ciascuna essenza si adatta all’ambiente in cui vive.

Tagli drastici, ma inevitabili, di piante sono avvenuti alle Colonie Padane, nell’area delle corde sospese: olmi colpiti da una malattia importata dall’estero negli ultimi 4-5 anni da cui sembrano salvarsi solo gli ibridi, come potrebbero essere gli olmi di via Giuseppina o di viale Trento e Trieste. Una corretta pratica agronomica richiederebbe che al posto di quelli abbattuti venissero piantate altre essenze.

Ma Cremona è piena anche di boschi rigogliosi cresciuti con gli anni: la foresta di pianura su lungo Po in direzione Casalmaggiore ne è un esempio, ma ci sono anche situazioni più recenti, come attorno a Cascina Moreni. E poi i nuovi boschi di via Corte, Fossadone, Bredina, per ora solo agli inizi, con querce, frassini, pioppi bianchi e neri e arbusti. Occorre solo avere la pazienza di lasciarli crescere.

Giuliana Biagi

Piante sacrificate alle infrastrutture cittadine, in questo caso la ciclabile di viale Trento e Trieste
I filari via Fulcheria
laterale di viale Po
Via Serio

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