Economia
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"Food policy, obiettivi velleitari
di amministrazione presuntuosa"

Non c’è stato un voto unanime sulle linee guda per la stesura di una “Food policy” presentate dall’amministrazione Galimberti ieri pomeriggio nel Consiglio comunale straordinario davanti alla viceministra degli Affari Esteri Marina Sereni. Astenuti i consiglieri di minoranza e in particolare il gruppo di Forza Italia con Carlo Malvezzi, Federico Fasani, Saverio Simi.

“Gli imprenditori della filiera agroalimentare del nostro territorio – affermano in un intervento a margine della seduta consigliare –  i ricercatori delle nostre università e gli attori della grande distribuzione, che costituiscono già un hub agroalimentare internazionale, sono molto più avanti di certi esponenti politici locali e nazionali che per vanità e opportunismo trattano questi temi in modo superficiale e strumentale anziché guardare a ciò che accade fuori dal palazzo. Al contrario, dimostrando molta presunzione, gli stessi amministratori salgono in cattedra e, prescindendo dall’impegno di chi da anni lavora e investe per innovare le proprie aziende, propongono ‘linee guida in materia di Food Policy’ stabilendo obbiettivi velleitari e del tutto fuori portata per un ente locale, quale il Comune di Cremona, privo di specifiche competenze, conoscenze, professionalità e risorse, salvo poi individuare nello stesso documento poche azioni utili solo a rafforzare rapporti di collaborazione, e quindi di sostegno, con micro realtà associative, molto orientate politicamente, contigue alla maggioranza che governa la città”.

Il riferimento è alle associazioni citate dall’assessore Pasquali nell’intervento che sintetizzava i contenuti della delibera, con esplicito riferimento alle buone pratiche già in atto a Cremona in tema di Km zero, come quelle portate avanti da Filiera Corta:  “E’ pensabile – attacca Forza Italia – far fronte alle grandi e affascinanti sfide globali della transizione energetica e ambientale di questo tempo creando un ufficio comunale per le “Policy Food” o realizzando la “Cittadella dell’economia solidale” e affidando il ruolo di capofila del progetto alla stessa associazione che solo un anno fa teorizzava, insieme al Comune di Cremona, che per salvare il pianeta si dovessero fare meno figli?”

“Queste sono le motivazioni che ci hanno portato ad astenerci dall’approvazione di un documento autoreferenziale e miope, costruito senza il necessario confronto preventivo con i principali attori della filiera agroalimentare e dell’università, privo di qualsiasi valutazione economica, limitato ai confini comunali. Peccato che sia proprio la FAO a chiarire senza equivoci che la sostenibilità deve contemplare quattro imprescindibili fattori: sociale, nutrizionale, economico e ambientale.
Per concretizzare in sede locale alcuni degli obbiettivi più importanti dell’Agenda 2030 abbiamo proposto che il Comune di Cremona si faccia parte attiva, insieme agli altri attori della filiera e dell’istruzione, per promuovere percorsi di formazione nel settore agroalimentare per giovani volonterosi provenienti da Paesi in via di sviluppo. La trasmissione del sapere e della conoscenza è tra le condizioni indispensabili generare nuove opportunità per le popolazioni più povere del mondo.
Di fronte all’indisponibilità della maggioranza di riprendere un lavoro comune, superando le gravi carenze di impostazione del documento, abbiamo preferito assumere una posizione chiara e segnalare ai cittadini, agli imprenditori, alle loro associazioni e ai ricercatori che riteniamo che questi temi debbano essere trattati con la necessaria serietà e concretezza, evitando penose derive propagandistiche.
A Cremona, come a Roma, non abbiamo bisogno di illusionisti”.

“IMPRENDITORI PIU’ AVANTI DELLA POLITICA NELL’ADOZIONE DELLE PRATICHE SOSTENIBILI” – Un articolato intervento critico, quello dei consiglieri, partito dalla constatazione che il cibo n0n è solo nutrimento e lotta alle povertà, ma anche “produzione, coltivazione, allevamento, trasformazione, distribuzione, mercato, lavoro, economia.
Da anni le imprese italiane, e tra queste quelle del nostro territorio, si stanno già misurando con la transizione energetica e ambientale, innovando i propri processi nell’ottica di agganciarsi agli obbiettivi dell’Agenda Onu 2030, ponendo al centro della propria attività la qualità e la salubrità degli alimenti, il corretto uso delle risorse naturali e selezionando le fonti energetiche rinnovabili.

“Il perseguimento del benessere animale, l’utilizzo di prodotti meno impattanti sull’ambiente nelle coltivazioni, l’adozione di sistemi di irrigazione mirati finalizzati alla riduzione del consumo di acqua, la realizzazione di impianti di produzione di energia rinnovabile nelle aziende, l’adozione di tecniche colturali che richiedono minori lavorazioni e quindi minori emissioni, l’applicazione delle nuove tecnologie nei sistemi di allevamento e di coltivazione, sono solo alcuni esempi che documentano come le nostre aziende hanno accettato la sfida del cambiamento, divenendo capofila di un processo che le impegnerà anche nel prossimo futuro.

“Un compito che appare ancora più significativo se si considera che il fabbisogno di proteine mondiale aumenterà del 70% nel 2050 in conseguenza dell’evoluzione demografica e che alcuni grandi paesi (Cina, Russia, India) stanno manifestando grandi resistenze nell’adeguare i propri sistemi produttivi e di trasformazione, come è emerso in questi giorni durante il G20 tenutosi a Roma e dalle dichiarazioni dei rappresentanti degli stessi Paesi all’inizio del Cap26 a Glasgow in Scozia.

“Anche il mondo della trasformazione – concludeono Malvezzi, Fasani e Simi – si è da tempo messo in azione innovando le tecniche di produzione. Non possiamo ignorare la ricerca di nuovi materiali ad alta riciclabilità sia nella produzione di oggetti e componenti, sia negli imballaggi, la riduzione delle sovraproduzioni, il ricorso a fonti energetiche rinnovabili, la sostituzione degli impianti più energivori, la riduzione dell’uso dell’acqua nei processi di lavorazione, la razionalizzazione dei trasporti dicono che la transizione verso un mondo più sostenibile è possibile.
Il miglior modo di contrastare lo spreco alimentare è quello di non generarlo. Su questo presupposto semplice ma concretissimo si stanno orientando le strategie della grande distribuzione”. gb

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