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Donne tra caporalato e guerra: a
Sesto l'incontro con Marco Omizzolo

Donna: a dispetto dell’etimologia (dal latino domina, “padrona”, “signora”), questa parola di sole cinque lettere ha dovuto percorrere secoli di storia, attraverso lunghe battaglie per l’emancipazione nel mondo della cultura, della scienza, della religione, del lavoro per poter entrare nel novero di un vocabolario valoriale cui la società riconoscesse pari dignità e opportunità dell’uomo, sebbene non sempre e non ovunque.
Nell’imminenza della Festa della donna, lo scorso sabato 5 marzo l’Amministrazione comunale di Sesto ed Uniti, in collaborazione con la prof.ssa Giuseppina Rosato del Liceo Manin di Cremona, ha realizzato un evento dal titolo “L’assordante silenzio delle donne nel mondo agricolo di padroni e caporali”. Per parlare, analizzare, riflettere sulla condizione della donna si è voluta, infatti, adottare una prospettiva particolare: quella delle donne sfruttate, vessate, abusate nel mondo delle agromafie, che il prof. Marco Omizzolo, ospite speciale della serata, ha fatto conoscere molto bene nelle sue pieghe più recondite, nei suoi meandri più tortuosi, nei suoi abissi più profondi, specialmente riferendosi all’area dell’Agro pontino.


Sociologo, ricercatore Eurispes, Presidente dell’Associazione Tempi moderni, docente di Sociopolitologia delle migrazioni presso la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università “La Sapienza” di Roma, insignito nel 2019 dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella del titolo di Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana per il suo impegno per la legalità e contro lo sfruttamento del lavoro in agricoltura, il prof. Omizzolo ha accompagnato una folta platea, fortemente coinvolta commossa emozionata, in un viaggio di dolore, sofferenza, vessazioni e prevaricazioni, ma anche di riscatto, speranza ed emancipazione, attraverso il suo accorato racconto-testimonianza di infiltrato nelle campagne dell’Agro pontino, tra i braccianti indiani sikh, sotto caporale indiano e padrone italiano o seguendo le orme per diversi mesi di un trafficante di esseri umani indiano in Punjab.
Omizzolo ci ha portato ad incrociare volti, a condividere storie, ad ascoltare grida e accogliere silenzi, ad asciugare lacrime amaramente versate, a vivere fatiche e subire soprusi, a vedere schiene piegate e altre rialzate, a contare passi indietro fatti dai braccianti davanti al padrone e altri coraggiosamente in avanti sulle piazze per far sentire la propria voce nel corso degli scioperi per rivendicare finalmente diritti inviolabili.
Cittadino che si è distinto per atti di eroismo e impegno civile, Marco Omizzolo ha contribuito a far sì che quell’assordante silenzio delle donne nei campi agricoli di padroni, padrini e caporali potesse gradualmente trasformarsi in singulti, voci, grida, dando così voce a chi voce non aveva. E, allora, Irina, Paola, Akhila, e tante altre donne come loro, sono riuscite finalmente a trovare il coraggio di urlare a gran voce: “Ho deciso di parlare …”, “Non possiamo restare sempre in silenzio …”, “Abbiamo provato ad alzare la voce …”.
Nel variegato mosaico delineato dello sfruttamento lavorativo delle donne migranti nella filiera agro alimentare sono emerse tante tessere di donne-madri, che si fanno “grembo dell’essere umano nella gioia e nel travaglio”. Ed esattamente nel centenario della sua nascita, non si poteva non ricordare, con “Supplica a mia madre”, l’intensissimo sentimento filiale che univa il grande Pier Paolo Pasolini, intellettuale scomodo e profetico, alla madre Susanna Colussi.
Così come in un percorso sulla donna non si poteva non rivolgere lo sguardo, l’attenzione, il cuore alle tante mamme che in questi giorni drammatici sul proscenio mondiale sono protagoniste, insieme ai loro bambini, di scene raccapriccianti legate alla fuga dalle terre di origine. Il pensiero è andato innanzitutto a quella mamma del soldato russo che ha ricevuto l’ultimo messaggio da suo figlio, poco prima di morire durante i combattimenti, riportato nel corso dell’Assemblea Generale dell’ONU dall’ambasciatore ucraino.
In questa dialettica morte-vita, ha commosso tuttavia anche la storia di Mia, nata nei sotterranei della metro di Kiev mentre fuori esplodevano le bombe – “il miracolo di Kiev!” –, accanto ad un altro germoglio di pace, tra le rovine di una guerra sanguinosa: la nascita di Nikole, una bimba messa alla luce il 1° marzo all’ospedale di Rho da una giovane donna profuga ucraina giunta in Lombardia da pochi giorni.
La voce di una fragile opulenta donna ha fatto da cornice all’intera serata, quella di Alda Merini, e con il suo invito rivolto alle donne a “sorridere sempre alla vita” – Sorridi donna – si è concluso l’evento sullo sfondo di “Sguardo nell’infinito”, dipinto realizzato da Ferdinand Hodler nel 1916, proprio mentre imperversava la Grande Guerra: un monito per ciascuno di noi oggi a nutrire la speranza di poter finalmente riuscire a volgere lo sguardo verso l’infinito, superando fumi di guerra, lampi di distruzione, cieli di morte.

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