Cronaca
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Omicidio stradale: chiesti 2 anni per
ex funzionario della Motorizzazione

La parte civile ha chiesto un risarcimento
danni di oltre un milione di euro

FOTO SESSA

Per Giuseppe Gaboardi, cremonese, 73 anni, oggi in pensione, per anni funzionario tecnico della Motorizzazione di Cremona con compiti di revisione e collaudi di autoveicoli e di esami per il rilascio delle patenti, il pm onorario Silvia Manfredi ha chiesto una pena di due anni di reclusione per l’accusa di omicidio stradale. Il 22 luglio del 2019, sulla provinciale 48, in territorio di Acquanegra cremonese, sulla strada che collega Sesto a Grumello, nella frazione di Fengo, l’imputato era rimasto coinvolto in un incidente mortale nel quale aveva perso la vita il ciclista Michele Boiocchi, 46 anni, di Acquanegra.

L’avvocato Fornasari

La compagnia assicurativa di Gaboardi ha versato un risarcimento di 85.000 per la vedova e di 95.000 euro per la figlia di 11 anni. “L’offerta è stata talmente bassa da non meritare neppure di essere commentata”, ha replicato in aula l’avvocato Gabriele Fornasari, che con la collega Jolanda Tasca è parte civile per la famiglia di Boiocchi. Al giudice, i due legali hanno chiesto un risarcimento danni per madre e figlia che supera il milione di euro.

Erano le 16,45 del pomeriggio. Era una bella giornata e la visibilità era ottima. Su quella strada c’erano solo la Fiat Panda di Gaboardi e la bici di Boiocchi. Entrambi viaggiavano nella stessa direzione. Improvvisamente c’era stato l’impatto. Molto violento, tanto che Boiocchi era stato sbalzato dalla bici, andando a sbattere contro il parabrezza dell’auto per poi cadere al suolo. Per lui non c’era stato nulla da fare.

Per la parte civile, l’imputato guidava troppo a ridosso della bicicletta senza aver tenuto la corretta distanza, viaggiava ad una velocità troppo alta rispetto ad una strada stretta come quella teatro dell’incidente, e in più a ridosso di un’intersezione, e nella fase di sorpasso aveva invaso la linea continua. “Una condotta gravissima, quella dell’imputato”, secondo l’avvocato Tasca, “se si considera che aveva anche delle competenze specifiche”. Un’ora dopo l’incidente, Gaboardi era stato sottoposto all’etilometro. Il test aveva indicato un primo valore di 0,7 e un successivo di 0,6. Il limite previsto dalla legge è pari a 0,5 g/litro. L’automobilista era stato quindi sanzionato per guida in stato di ebbrezza.

L’avvocato Gennari

Nel giugno dell’anno scorso in aula, Gaboardi, difeso dall’avvocato Gian Pietro Gennari e dalla collega Anna Elisabetta Parolari, aveva raccontato di aver pranzato e successivamente di essersi messo alla guida della Panda della moglie con l’intenzione di recarsi a Castelleone per farla lavare. “Non c’era traffico”, aveva spiegato. “Viaggiavo ad una velocità di 65/70 chilometri all’ora. Davanti a me c’era solo un ciclista che ogni tanto si discostava dal ciglio della strada. Ho visto che avevo spazio per superarlo, quindi mi sono spostato sulla sinistra, ho dato un colpo di clacson per avvertirlo della mia presenza, poi improvvisamente ho sentito un colpo al lato destro della macchina e ho visto il ciclista sbattere contro il parabrezza per poi finire sul ciglio della strada, verso un fosso laterale”.

Su quella strada c’era la linea continua, ma Gaboardi aveva sostenuto di aver effettuato la manovra restando all’interno della sua carreggiata. Su quel tratto, come aveva spiegato il sovrintendente della polizia stradale di Pizzighettone chiamato a testimoniare, non era indicato il limite di velocità. “Quando non è specificato”, aveva detto l’agente, “è di 90 chilometri orari”.

Per i difensori, la bicicletta “non aveva un andamento lineare. Poi si era raddrizzata e a quel punto Gaboardi aveva deciso di superarla. Aveva suonato il clacson, così come richiede il codice della strada, si era affiancato al ciclista non superando la linea continua e in quel momento aveva sentito un botto”. Al giudice, i due legali hanno chiesto di considerare il concorso di colpa non inferiore all’80%, in quanto “il ciclista ha avuto delle responsabilità”. “Non si vuole puntare il dito contro la vittima”, ha sottolineato l’avvocato Parolari, “ma bisogna arrivare alla verità attraverso i dati oggettivi”. Per i difensori, il ciclista ha violato le norme stradali, guidando la bici con una mano sola perchè con la sinistra portava un’anguria senza averla saldamente assicurata, e si era spostato a sinistra senza averlo segnalato.

Quando quel giorno la polizia stradale di Pizzighettone era arrivata sul posto, chiamata da due testimoni, entrambi muratori che stavano effettuando dei lavori in un’abitazione vicina alla strada, Boiocchi era già stato caricato sull’ambulanza. Per terra, gli agenti avevano trovato una ciabatta, un cappello e uno zainetto, e tracce ematiche della vittima miste con i resti dell’anguria. “Il frutto era di medie dimensioni”, aveva riferito il sovrintendente, “e nell’impatto è esploso”. Per i legali di parte civile, l’anguria si trovava sul portapacchi.

In aula erano stati sentiti anche i due muratori, i primi ad aver prestato soccorso al ciclista. Entrambi avevano riferito di aver sentito il clacson, di aver sentito il botto e di aver visto il corpo di Boiocchi sbalzato dalla bici. “Ho parlato con il conducente”, aveva detto uno degli operai. “Era confuso e piangeva”.

La sentenza sarà emessa il prossimo 22 giugno.

Sara Pizzorni

 

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