Cronaca
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Ecco il nuovo altare della
Cattedrale: celebrazione solenne

Si è radunata intorno alla mensa eucaristica la Chiesa cremonese per la solenne celebrazione di Dedicazione dell’altare della Cattedrale domenica 6 novembre pomeriggio. Un rito storico, partecipatissimo, segnato da una serie di atti simbolici che hanno parlato di una tradizione e storia di fede radicata nel territorio ma condivisa a livello universale. Dopo 430 anni il duomo ha una un presbiterio rinnovato secondo le indicazioni sulla liturgia del Concilio Vaticano II. «Tanta la gioia e la commozione» espressa dal vescovo Antonio Napolioni che ha presieduto la celebrazione.

I nuovi arredi sacri (altare, cattedra e ambone sul presbiterio) sprigionano, in tempi segnati da preoccupazioni e timori, un messaggio di «grande chiarezza: dalla Cattedra Gesù maestro ci dice “Io sono la guida”. Dall’ambone la Parola vivente del Padre dice: “Io vi parlo” e nell’altare Cristo si fa agnello, vittima, pane spezzato e dice: “Io vi nutro”».

Un messaggio (illustrato nell’omelia) fatto di luce, la stessa che splende sulle opere disegnate dal maestro Gianmaria Potenza che giocano sui riflessi del bronzo e del marmo, materiali potenti che, nelle intenzioni dei progettisti vogliono donare «qualità alla celebrazione».

Ed in effetti, si è tratta di una celebrazione di grande impatto, quella della Dedicazione, che ha visto intorno alla mensa oltre a Napolioni, otto vescovi (Dante Lafranconi, vescovo emerito di Cremona, Gian Carlo Perego, arcivescovo di Ferrara-Comacchio originario della Diocesi di Cremona, Corrado Sanguineti, vescovo di Pavia e delegato CEI per l’edilizia di culto, Franco Agnesi, vescovo ausiliare di Milano e vicario generale dell’Arcidiocesi di Milano, Daniele Gianotti, vescovo di Crema, Maurizio Malvestiti, vescovo di Lodi, Giuseppe Merisi, vescovo emerito di Lodi, Francesco Giovanni Brugnaro, arcivescovo emerito di Camerino-San Severino Marche, e Gaetano Fontana, vicario generale della Diocesi di Brescia, in rappresentanza del vescovo Pierantonio Tremolada), don Luca Franceschini, direttore dell’Ufficio nazionale Cei per i beni culturali ecclesiastici e l’edilizia di culto, insieme ai canonici del Capitolo della Cattedrale, ai vicari episcopali, ai vicari zonali, ai coordinatori delle quattro aree pastorali e moltissimi sacerdoti.

I primi banchi di sinistra erano occupati dai preti e dai religiosi e religiose, mentre quelli di destra dalle autorità, il sindaco Gianluca Galimberti, il prefetto Corrado Conforto Galli, il questore Michele Davide Sinigaglia, i comandanti provinciali di Carabinieri e Guardia di finanza. Appena dietro le autorità il maestro Potenza e il team di progettisti guidati dall’architetto Massimiliano Valdinoci. A seguire tanti fedeli (arrivati anche con i pullman) che hanno riempito anche i transetti.

A segnare la solennità del rito anche il Coro della cattedrale insieme a quello di Castelverde, Soncino il coro Disincanto di Cremona, un quartetto di ottoni e all’organo Mascioni il maestro Marco Ruggeri.

Ad aprire la solennità la lunga processione dei celebranti da palazzo vescovile fino alla Cattedrale dove all’ingresso non è avvenuto il bacio della mensa perché ancora l’altare non era stato dedicato, cioè destinato per sempre al culto.

Poi l’apertura della celebrazione con l’evidente commozione dei presenti.

A Cremona si ha memoria di sole due dedicazioni in duomo. La prima annotata dal vescovo Sicardo il 16 giugno del 1196 quando vennero poste in un’arca le reliquie dei Santi Imerio e Archelao e venne dedicato l’altare; la seconda il 2 giugno del 1592 quando il vescovo Speciano dedicò l’altare e l’edificio. Quella del 6 novembre è dunque la terza solenne dedicazione per cui si è utilizzato il copione di un rito antico secondo cui l’altare ripercorre l’iniziazione cristiana, viene prima asperso con l’acqua (in ricordo del battesimo), poi unto (Cresima) e quindi usato come mensa per celebrare l’Eucaristia.

L’aspersione ad inizio messa dell’altare è stata seguita dalla proclamazione della Parola, con cui si è inaugurato ufficialmente l’ambone a cui è seguita l’omelia di Napolioni che ha ricordato come «le forme degli arredi, che ci trasmettono luce, vedo la chiamata a credere». Una chiamata che coinvolge ciascuno e tutta la comunità «perché – ha concluso la sua riflessione il vescovo – la Dedicazione di questo altare rappresenti la dedicazione di tutta la nostra vita, singolare e comunitaria a Colui che è la fonte della vita, dell’amore, della pace».

Quindi sono iniziate con le litanie dei santi cremonesi le preghiere di dedicazione. Una sequenza di gesti forti con il quale l’altare è diventato «simbolo dell’agnello, centro della nostra lode e comune rendimento di grazie». In un sepolcreto, ricavato all’interno dell’altare, è stata posta un’urna di pietra (disegnata da don Gianluca Gaiardi, responsabile per i beni culturali della diocesi) con le reliquie degli antichi santi da secoli venerati in Cattedrale: sant’Imerio, vescovo patrono secondario della città e della diocesi di Cremona, e san Facio, testimone di carità di cui proprio quest’anno ricorrono i 750 anni dalla morte, oltre alle reliquie dei più recenti santi e beati cremonesi, dediti all’educazione e alla carità: santa Paola Elisabetta Cerioli, vedova soncinese che realizzò la sua vocazione nell’educazione della gioventù e degli orfani; il beato Arsenio Migliavacca, francescano originario di Trigolo fondatore delle Suore di Maria Santissima Consolatrice; san Francesco Spinelli, fondatore delle Suore Adoratrici del SS. Sacramento di Rivolta d’Adda; san Vincenzo Grossi, prete diocesano nato a Pizzighettone fondatore dell’Istituto delle Figlie dell’Oratorio; e il beato Enrico Rebuschini, camilliano che a Cremona spese la sua vita a servizio dei malati.

Poi è avvenuta l’unzione del crisma (Cresima) dell’altare ad opera del vescovo e l’incensazione con un braciere acceso sulla mensa. Ed infine l’altare è diventato luogo dove si spezza il pane con la prima consacrazione delle ostie realizzate per questa occasione dai detenuti di Opera (Milano).

A conclusione della celebrazione la benedizione finale del Vescovo e la distribuzione ai presenti della lettera pastorale “La Casa dello sposo. Vivere oggi la nostra cattedrale”, per «dar voce – ha scritto il presule – alla gioia della Chiesa, sposa del Signore, che ha il privilegio di abitare la casa dello Sposo per stare con Lui e ricevere i suoi doni vivificanti».

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