L'appello del rabbino Milgrom:
"Aiutateci a chiedere la pace"
Dialogo tra cristiani ed ebrei nel quadro delle tensioni geopolitiche che infiammano il Medio Oriente. E’ stato un confronto costruttivo e nel segno del dialogo quello avvenuto martedi pomeriggio in Cattedrale tra il vescovo Napolioni e il rabbino Jeremy Milgrom, co-fondatore e co-direttore di Clergy for peace, realtà interreligiosa (formata da cristiani, musulmani ed ebrei) in favore della pace e della giustizia in Israele e Palestina.
Un incontro organizzato dalla Diocesi di Cremona in collaborazione con Tavola della Pace e Pax Christi, che ha mostrato l’unità d’intenti pur nelle differenze, nel perseguire l’obiettivo della pace. Milgrom si è trasferito dagli Stati Uniti a Israele quando aveva 15 anni e dopo il servizio militare obbligatorio è diventato un pacifista convinto; Monsignor Napolioni è da poco rientrato dalla Terra Santa in dove insieme ai vescovi lombardi auspicato dal cardinale Pizzaballa, ha toccato con mano lo stato delle popolazioni così provate dalla guerra.
Ad aprire l’incontro è stato il sindaco Andrea Virgilio che poco prima aveva ricevuto il rabbino in visita istituzionale in Comune. Il sindaco ha dato ampio risalto alla toccante lettera della pediatra palestinese che ha perso marito e 10 figli sotto le macerie della sua casa, parlando poi della Palestina come di un “laboratorio per l’anima. Come città dobbiamo prendere impegni, anche semplici ma ambiziosi. La nostra città deve essere un luogo dove tutti devono essere rispettati.
“Educare alla complessità, attivarci sul piano umanitario ma anche prenderci cura di chi ci sta vicino. Anche le parole sono importanti, possono diventare un’arma. Non sappiamo quando finirà questo dolore, ma Cremona vuole restare casa del confronto e casa della pace”.
Mons. Napolioni ha ricordato con emozione gli incontri avvenuti durante il suo recente viaggio, particolarmente toccante quello avuto con i due papà di opposte fedi – ebraica e musulmana – uniti nel dolore, perchè “le lacrime sono le stesse. Il 7 ottobre di due anni fa ci ha impressionato ma adesso c’è il rischio della assuefazione, preoccupati solo di noi stessi”, ha detto. Occorre “tenere alto il valore della fraternità: ebrei, cristiani, musulmani, siamo tutti alla ricerca del volto di Dio”. Ha poi messo in guardia contro il rischio dell’antisemitismo e dell’islamofobia e descrivendo la celebre “Crocifissione” del Pordenone nella controfacciata della Cattedrale, ha riflettuto sulla tradizione di antigiudaismo che nel Cinquecento permeava anche la realtà cremonese. Oggi non è più così, la Chiesa cattolica – citando come esempio il Concilio Vaticano II – abbraccia l”ebraismo nel nome dell’unico Dio.
L’intervento di Jeremy Milgrom – lineare, colloquiale – è servito a far comprendere come il mondo ebraico sia variegato e complesso e la sua distanza dall’integralismo: “Mi piacerebbe che anche nel mio mondo ci fosse questo cambiamento che c’è stato nella vostra chiesa. Sono preoccupato dell’antisemitismo crescente, è come se la mia società si facesse del male da sola. Sarà più difficile per noi trovare accoglienza, la domanda sarà sempre: ‘Come avete potuto fare qualcosa del genere?'”.
Senza giustificare la violenza con cui Israele ha reagito all’attacco del 7 ottobre – ma non solo a quello – ha provato a fornire una spiegazione, che sta forse nella paura: quella del suono dei missili “che può rendere arrabbiati”, quella dei genitori che hanno i figli nell’esercito, terrorizzati. Insomma la paura di un popolo che si è sempre sentito vulnerabile e ancora di più, dopo quanto accaduto due anni fa.
“Tutte queste cose hanno contribuito all’indurimento delle nostre anime”, ha aggiunto, un po’ come accaduto agli Ebrei della Bibbia in esilio.
Milgrom ha blandamente elogiato Trump per il tentativo di portare la pace e sbloccare gli aiuti umanitari (“Un po’ di più adesso arrivano”), ma il timore è che adesso gli Stati Uniti guardino altrove, ad altri scenari internazionali. E allora – questo l’appello finale – è necessario che “l’Italia, l’Europa si facciano sentire, e quindi che la gente continui a scendere in piazza a chiedere la pace ai propri governanti”. GB