"Referendum Giustizia, Portesani dice tutto e il contrario di tutto”
Egregio direttore,
capisco che Alessandro Portesani sia portato alle ‘giravolte’. Dopo aver perso le elezioni comunali e provinciali, dopo il fallimento della sua civica e di una “giunta ombra” annunciata ma mai partita, anzi presto oggetto di defezioni, è evidente che il problema non siano le tappe, ma la direzione. E quando la direzione manca, si finisce per girare in tondo cercando ogni volta una nuova collocazione.
Su una cosa, però, non ci sono equivoci: io non intendo inseguire polemiche prefabbricate, utili solo a fare rumore.
E qui sta il punto, anche per rispetto verso i cittadini: prima Portesani chiede al Sindaco di posizionarsi pubblicamente sul referendum costituzionale, poi attacca nel momento in cui esercito un sacrosanto dovere di trasparenza, dicendo chiaramente come la penso. Prima pretende chiarezza, poi contesta la chiarezza. Appunto: tutto e il contrario di tutto.
Non solo. Portesani, così sensibile al ruolo super partes delle istituzioni locali, ha depositato in Consiglio un ordine del giorno irricevibile che pretende di far “prendere posizione” al Consiglio comunale sul referendum costituzionale, come se l’aula di Cremona dovesse diventare la sua bacheca personale invece del luogo dove si lavora sui problemi della città. La cosa più istruttiva è che sarà lo stesso Portesani a doverlo emendare, per salvare la faccia e perché così com’è non è ammissibile.
Venendo al merito, servirebbe un minimo di precisione. I referendum di qualche anno fa erano abrogativi e si inserivano in un percorso di riforma della giustizia che accompagnava un processo importante, come quello legato alla riforma Cartabia: interventi puntuali, dentro un cammino parlamentare e istituzionale.
Qui invece parliamo di referendum che fanno riferimento a una riforma costituzionale: natura diversa, impatto diverso, conseguenze istituzionali diverse. E infatti la mia posizione è diversa, perché non condivido quell’impostazione.
Confondere le due cose significa non distinguere tra correggere singole norme e cambiare l’architettura della Costituzione. È una differenza fondamentale. Fingere che non esista serve solo ad alimentare polemiche, non a fare buona politica.
Il resto è il solito copione: polemiche sul nulla, sempre inseguendo l’ultima iniziativa altrui. Accessi agli atti annunciati con grande enfasi, richieste di documentazione agli uffici buone soprattutto per un comunicato stampa e poi, puntualmente, nessuna iniziativa consiliare di particolare rilievo: né proposte, né atti, né lavoro concreto.
La politica non è questo.
Prima o poi una direzione bisogna averla qui invece la sua azione sembra quella di un GPS in permanente ricalcolo di percorso.